In vista della prima riunione del Board of Peace voluto dal presidente americano Donald Trump che si terrà il 19 febbraio a Washington, si definiscono i perimetri politici delle partecipazioni internazionali. L’Italia sarà presente in qualità di Paese osservatore. Intervenendo alla Camera il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito la crisi di Gaza una questione che “incide sugli equilibri regionali, sulla stabilità del Mediterraneo allargato e sulla sicurezza delle rotte commerciali del nostro export”, ma è “soprattutto una ferita aperta, una tragedia umanitaria”.
Per questo, ha aggiunto, “l’assenza dell’Italia a un tavolo in cui si discute di pace nel Mediterraneo sarebbe non solo politicamente incomprensibile, ma anche contraria allo spirito dell’articolo 11 della Costituzione”. Il governo ha quindi accettato l’invito statunitense, definendo la scelta “equilibrata e rispettosa dei nostri vincoli costituzionali”. Tajani volerà a Washington dopo aver riferito anche al Senato, dove l’audizione si è svolta davanti alle commissioni Esteri e Difesa senza voto in Aula. Le opposizioni hanno contestato la decisione, chiedendo che ogni iniziativa resti ancorata al perimetro delle Nazioni Unite.
Posizione dell’Ue
Anche Bruxelles sarà presente, ma con un mandato limitato. La Commissione europea non diventerà membro del Board e la commissaria Dubravka Suica parteciperà esclusivamente al capitolo sulla ricostruzione di Gaza. “Sosteniamo il processo di pace e gli sforzi di ricostruzione”, ha spiegato una portavoce, respingendo le critiche dei Socialisti europei. L’Ue valuta inoltre un possibile ampliamento del mandato della missione di polizia Eupol Copps, oggi attiva in Cisgiordania, per includere attività di formazione a Gaza. L’estensione richiederebbe l’accordo dei Ventisette e controlli sugli agenti per escludere affiliazioni con Hamas. Finora, oltre a Washington, nessun altro Paese del G7 ha ufficializzato l’adesione al Board.
Disarmo di Hamas
Il nodo resta il disarmo di Hamas, previsto nella seconda fase del piano americano, è per Israele una condizione non negoziabile per la tregua e la futura governance della Striscia. Il dirigente Hamas Mahmoud Mardawi ha negato un ultimatum di 60 giorni, parlando di “semplici minacce prive di fondamento nei negoziati in corso”. L’Ue ribadisce che “Hamas deve essere smilitarizzata e non deve avere alcun ruolo nella futura governance palestinese”. Le Idf hanno annunciato il ritrovamento di un deposito di armi in un tunnel a Rafah e l’uccisione di un militante che avrebbe superato la linea di cessate il fuoco nel nord della Striscia; secondo l’intelligence, decine di miliziani restano nascosti nell’area orientale. Il presidente Isaac Herzog ha condannato le aggressioni contro due soldatesse a Bnei Brak: “Alzare la mano contro i membri delle forze di sicurezza è una linea rossa”, parlando di “una manciata di rivoltosi”.
Cisgiordania e fronte umanitario
Pesa sul quadro anche la decisione del governo Netanyahu di avviare, per la prima volta dal 1967, la registrazione catastale nelle Aree C della Cisgiordania con la designazione di nuovi “terreni statali”. Arabia Saudita, Giordania, Egitto, Qatar e Turchia parlano di “grave escalation” e “violazione flagrante del diritto internazionale”, richiamando la Quarta Convenzione di Ginevra e la risoluzione 2334 Onu. L’Ue definisce la misura “unilaterale”, l’Autorità palestinese la considera un passo verso l’annessione. Nel sud della Cisgiordania il regista Hamdan Ballal, coautore di No Other Land, ha denunciato una nuova aggressione e l’arresto di quattro familiari. Vicino Hebron, le autorità israeliane hanno attribuito a un cortocircuito l’incendio che ha distrutto una stalla, escludendo un attacco di coloni. Dalla riattivazione della missione Eubam Rafah, 838 persone hanno attraversato il valico con l’Egitto; gli accordi prevedono fino a 50 ingressi e 150 uscite al giorno tra malati e accompagnatori. La Mezzaluna Rossa egiziana distribuirà un milione di pasti a Gaza per il Ramadan, proseguendo le operazioni dal Sinai.



