Donald Trump ha dichiarato di voler visitare il Venezuela “nel prossimo futuro”, presentando l’idea come parte di una strategia più ampia per rilanciare la produzione petrolifera e ridurre la dipendenza energetica degli Stati Uniti da Paesi considerati ostili. L’annuncio, arrivato durante un comizio in Florida, ha immediatamente acceso il dibattito su un possibile riavvicinamento tra Washington e Caracas, dopo anni di sanzioni, tensioni diplomatiche e accuse reciproche. Trump ha definito il Venezuela “una potenziale potenza energetica” e ha suggerito che un accordo diretto con il governo di Nicolás Maduro potrebbe contribuire a stabilizzare i prezzi del petrolio. Dietro la retorica, però, il percorso appare tutt’altro che semplice. Le relazioni tra Stati Uniti e Venezuela restano segnate da profonde fratture politiche, e un’eventuale visita richiederebbe un delicato lavoro diplomatico. Maduro, che negli ultimi anni ha rafforzato i legami con Russia, Cina e Iran, ha mostrato apertura solo a condizioni che Washington potrebbe non essere disposta ad accettare, tra cui la rimozione completa delle sanzioni e il riconoscimento della sua legittimità politica. Inoltre, il settore petrolifero venezuelano è in condizioni critiche: infrastrutture obsolete, produzione ai minimi storici e una compagnia statale, PDVSA, indebolita da anni di cattiva gestione. Anche sul fronte interno statunitense emergono ostacoli. Alcuni membri del Congresso, sia repubblicani sia democratici, hanno espresso scetticismo sull’idea di negoziare con Maduro, ricordando le violazioni dei diritti umani e la repressione dell’opposizione. Altri temono che un accordo petrolifero possa essere percepito come un cedimento strategico in un momento in cui Washington cerca di contenere l’influenza di Mosca e Pechino in America Latina.



