Una recente decisione della Corte britannica ha riacceso il dibattito nazionale sui diritti delle persone transgender, dopo aver stabilito che le donne trans possono accedere ai bagni femminili in luoghi pubblici, ma non necessariamente sul posto di lavoro. La sentenza, definita “incoerente” da attivisti e giuristi, introduce una distinzione che molti considerano difficile da applicare e potenzialmente discriminatoria, creando un nuovo terreno di incertezza per aziende, enti pubblici e lavoratori. Il caso nasce da una serie di ricorsi presentati da associazioni che chiedevano chiarezza sull’interpretazione dell’Equality Act, la legge che tutela contro le discriminazioni basate su sesso, identità di genere e altre caratteristiche protette. La Corte ha riconosciuto che, in contesti pubblici come centri commerciali, musei o stazioni, l’accesso ai servizi igienici deve essere garantito alle donne trans, salvo circostanze eccezionali. Tuttavia, ha stabilito che i datori di lavoro possono imporre restrizioni diverse, purché “ragionevoli” e motivate da esigenze organizzative o di sicurezza. La decisione ha generato reazioni contrastanti. Le associazioni per i diritti LGBTQ+ parlano di un precedente pericoloso, che rischia di legittimare esclusioni arbitrarie e di creare ambienti di lavoro ostili. Alcuni sindacati hanno chiesto al governo linee guida immediate per evitare interpretazioni divergenti tra settori e aziende. Dall’altra parte, gruppi femministi critici e alcune organizzazioni professionali sostengono che la sentenza riconosca la necessità di bilanciare diritti diversi, soprattutto in contesti sensibili come ospedali, scuole o strutture residenziali. Gli esperti di diritto sottolineano che la Corte non ha fornito criteri chiari su cosa costituisca una restrizione “ragionevole”, lasciando ampio margine di discrezionalità ai datori di lavoro.



