Gallup non misurerà più l’approvazione del presidente degli Stati Uniti. Dopo 88 anni di rilevazioni ininterrotte, l’istituto demoscopico più noto al mondo ha annunciato la fine del suo storico sondaggio, un indicatore che per decenni ha scandito la vita politica americana e influenzato analisi, campagne elettorali e dibattiti pubblici. La decisione segna la conclusione di una tradizione iniziata nel 1937, quando Gallup introdusse per la prima volta la domanda destinata a diventare un termometro imprescindibile della popolarità dei presidenti. Secondo l’istituto, la scelta è legata alla necessità di concentrare risorse su ricerche più ampie e metodologie aggiornate, in un contesto in cui la misurazione dell’opinione pubblica è diventata più complessa e frammentata. L’avvento dei sondaggi quotidiani, delle piattaforme digitali e dei modelli aggregati ha ridotto il peso simbolico della singola rilevazione Gallup, pur senza cancellarne l’eredità. Negli ultimi anni, inoltre, l’istituto aveva già ridotto la frequenza delle misurazioni, passando da un monitoraggio costante a rilevazioni più sporadiche. La notizia ha suscitato reazioni contrastanti nel mondo politico e accademico. Per alcuni analisti, la fine del sondaggio rappresenta la chiusura di un capitolo fondamentale della storia politica americana: l’indice Gallup ha accompagnato momenti cruciali, dalle crisi internazionali alle riforme interne, diventando un punto di riferimento per valutare la tenuta di ogni amministrazione. Altri osservatori sottolineano invece che il panorama attuale offre una molteplicità di strumenti alternativi, spesso più rapidi e granulari, rendendo meno centrale il ruolo dell’istituto. Resta il fatto che la decisione arriva in un momento di forte polarizzazione, in cui la percezione pubblica della leadership politica è più volatile e divisiva che mai.

