Sarò onesto. A tratti mi sembrava un minestrone, più per cercar consenso che far chiarezza; più per far pensare, che evidenziare il filo logico che reggeva tutto. Ma il titolo “Dal Made in Italy al Made By Italians: verso il diritto alla Bellezza (e alla Felicità)” ha retto alla grande la sfida della sala Matteotti alla Camera, affollatissima di imprenditori e professionisti. Anzi il dibattito è stato apprezzato e sviluppato da tutti con contenuti di Valore che ci saranno utili nei prossimi mesi.
Se devo dire un grazie a tutti i relatori (ce ne erano pure di accademici e internazionali) un ringraziamento particolare lo devo a due professionisti diversi per i quali ho preso appunti. Appunti e riflessioni, stimoli e concetti che condivido in questo secondo pamphlet che profuma di “Orgoglio di Occidente”. Diritto, Bellezza, Felicità e Made in Italy sono concetti in apparenza lontani, legati da un preciso “fil rouge“. Il territorio. L’unicità della nostra storia, le radici. La bellezza, intesa non solo in senso estetico, ma come valore oggettivo, costituisce un dato caratterizzante del sapere fare italiano, del Made in Italy come pure (per altro verso) del Made by Italians. Perchè la Bellezza è fisica e metafisica. È stile di Vita. È ricerca e raggiungimento consapevole del sè. La bellezza opera dunque come valore in grado di elevare l’anima in un gioco di tensioni verso la perfezione del fare e la realizzazione di sé. Mi è piaciuto come lo ha detto il notaio Stefano Ferri richiamandosi alla cultura classica. “Gli antichi lo sapevano bene, e non è affatto un caso se i Greci introdussero il concetto di “kalokagathia”, a significare l’intima connessione tra il bello (sul piano estetico) ed il buono (sul piano morale); nè fu un caso se il Rinascimento italiano è coinciso con una tra più alte vette mai raggiunte dalla Cultura occidentale“. Personalmente, nel Parlamento, su questo punto ho voluto evidenziare il Costituto Senese del 1309: “Chi governa deve avere a cuore massimamente la bellezza della città per cagione e diletto e allegrezza dei forestieri, per onore, prosperità e accrescimento della città e dei cittadini”.
Dunque, la bellezza rappresenta un terreno fertile in cui è capace di crescere rigogliosa la pianta della felicità, dal momento che i contesti belli (e buoni) nel senso di cui sopra, rappresentano una precondizione della giustizia sociale, del poter vivere felici. E in effetti ce ne parlano le stesse contestuali rappresentazioni pittoriche con la “Città del buongoverno”. Nel dipinto di Ambrogio Lorenzetti “Allegoria ed effetti del buono e del cattivo Governo” databile a circa 30 anni dopo: da un lato terre coltivate, città pulita e sicura, cittadini contenti; dall’altra disordine, sporcizia, confusione… preoccupazione e tristezza. Una metafora potentissima anche per il nostro oggi.
Ma ciò non basta: infatti, stando almeno ad alcuni tra gli ultimi rapporti ONU in materia di popolazioni che si reputano più felici, risulta che gli italiani si collocano intorno al trentesimo posto; segno che serve dell’altro per concretizzare il più possibile l’aspirazione alla felicità. Restituire l’ascensore sociale, rendere una società più ricca e meno diseguale. Ecco allora che deve intervenire la forza modellatrice del diritto: nel suo capolavoro illuminista intitolato “Scienza della legislazione”, il Filangieri scriveva, già a fine Settecento, che “le buone leggi sono il fondamento dello Stato felice”; concetto poi ripreso da Benjamin Franklin padre costituente americano che quest’anno festeggiamo per i 250 anni della Dichiarazione di indipendenza a stelle e strisce. “In questo fondamentale documento nella storia dell’umanità si teorizza tra i diritti inalienabili dell’individuo anche quello alla felicità”. Lo ha detto senza mezzi termini l’avvocato cassazionista Maria Rossana Ursino. Che il diritto, anche de iure condendo, abbia questa missione, non è indubbio neanche ai giorni nostri, come sancito dalla nostra Costituzione (reputata tra le più belle del mondo) che nei suoi principi fondamentali (art. 3) statuisce tra l’altro altro “il compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
Bellezza, felicità e diritto, in definitiva, quali valori intrinsecamente connessi ed in grado di rigenerarsi e di rinnovarsi nella loro concettualità in un ciclo armonioso continuo in grado di elevare le sorti delle Stato, dei suoi territori e delle sue collettività e popolazioni, anche per il tramite degli operatori e degli interpreti del diritto. E voi nelle conclusioni mi direte e il made in Italy dove è finito? Il modello produttivo ancorchè primamente culturale del made in Italy è quel filo che lega tutto: eccellenza e sostenibilità lo decliniamo perché è un percorso, un cammino, un impegno continuo. Autentico. Unico al mondo. Nella Professione e nell’Impresa. È Vita.



