Il ritorno di Benjamin Netanyahu a Washington riporta al centro il dossier iraniano, mentre sul terreno la tregua a Gaza resta fragile e la tensione si estende dalla Cisgiordania al confine siriano. Ieri il premier israeliano ha incontrato alla Casa Bianca il presidente Donald Trump in un colloquio a porte chiuse, senza conferenze stampa, incentrato su Iran, Gaza e sicurezza regionale. L’incontro si è svolto alla vigilia del vertice multilaterale promosso dagli Stati Uniti, noto come “Board of Peace”, previsto per il 19 febbraio e destinato a riunire circa trenta Paesi per discutere la ricostruzione di Gaza e la seconda fase della tregua. Prima di imbarcarsi sul volo governativo Wing of Zion, Netanyahu ha chiarito l’obiettivo della missione: “Presenterò al presidente il nostro approccio sui principi dei negoziati” con Teheran. Un’impostazione che, secondo il premier, riguarda non solo Israele ma “ogni Paese che desidera pace e sicurezza”.
Secondo fonti diplomatiche, Israele punta a spingere gli Stati Uniti affinché eventuali intese includano non solo il nucleare, ma anche limiti al programma missilistico iraniano e al sostegno ai gruppi armati attivi nella regione.
Casa Bianca frena su Cisgiordania
Dalla Casa Bianca è arrivata intanto una presa di posizione netta sulla Cisgiordania. Fonti dell’amministrazione hanno ribadito che Trump “non sostiene l’annessione della Cisgiordania da parte di Israele”, giudicando una Cisgiordania stabile essenziale per la sicurezza israeliana e per qualsiasi prospettiva di pace. La dichiarazione segue le recenti decisioni del governo israeliano di estendere misure amministrative e di sicurezza in aree che, secondo gli accordi di Oslo, dovrebbero rientrare sotto il controllo dell’Autorità palestinese. Una linea che ha suscitato critiche da parte delle Nazioni Unite e di diverse capitali europee, tra cui Madrid e Londra.
Il segretario generale Antonio Guterres ha espresso “forte preoccupazione” per le iniziative israeliane in Cisgiordania, avvertendo che “stanno compromettendo la prospettiva della soluzione a due Stati”. L’Onu segnala inoltre una persistente emergenza idrica: nonostante la riapertura della condotta Mekorot, solo 6 mila metri cubi di acqua al giorno raggiungono Gaza City.
Il caso “Muri di Gerico”
Sul piano interno israeliano riemerge intanto lo scontro politico sulle responsabilità legate all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Secondo i media israeliani, Netanyahu avrebbe ricevuto già nell’aprile 2018 un rapporto di intelligence militare che descriveva un piano di Hamas, noto come “Muri di Gerico”, per un attacco coordinato contro basi e comunità nel sud di Israele. Nel dossier inviato la scorsa settimana all’Ufficio del Revisore dei Conti, lo stesso premier ha ammesso di aver ricevuto quel documento, che valutava tuttavia l’ipotesi di raid simultanei come “non probabile” nel breve periodo. Le opposizioni e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant contestano questa ricostruzione.
Raid a Rafah
Nel frattempo, la situazione sul terreno resta instabile. Le forze armate israeliane hanno riferito di aver colpito miliziani di Hamas nella parte orientale di Rafah dopo che questi sarebbero usciti da un tunnel sotterraneo aprendo il fuoco contro i soldati. Secondo l’Idf e lo Shin Bet, si tratta di combattenti coinvolti in precedenti attacchi contro Israele.
Fonti palestinesi e media arabi parlano invece di almeno quattro vittime civili in diversi raid nella Striscia di Gaza, inclusi bombardamenti in aree densamente popolate di Gaza City. I movimenti restano fortemente limitati: dal 2 febbraio solo 397 persone hanno attraversato il valico di Rafah, a fronte delle 1.600 previste.
Italia, ponte umanitario
In questo quadro dall’Italia arriva un segnale sul versante umanitario. Nella notte tra ieri e oggi un aereo dell’Aeronautica militare ha trasportato a Roma i primi quattro pazienti palestinesi, tutti minorenni, bisognosi di cure urgenti. L’operazione prevede il trasferimento complessivo di 26 pazienti e dei loro familiari, portando a oltre 900 il numero dei civili palestinesi accolti e curati nel nostro Paese dall’inizio del conflitto.








