Riprendiamo il discorso con la quinta puntata, sulla rievocazione degli ottant’anni delle Repubblica, dopo l’edizione dell’8 febbraio scorso del nostro giornale di degasperiana fondazione e ispirazione.
I primi due Governi di Alcide De Gasperi e la scelta della pacificazione
Nel 1945–46 l’Italia visse disoccupazione altissima, fame e mercato nero, città bombardate, problemi di profughi e sfollati, ritorno dei soldati dal fronte. Contemporaneamente vi fu fortissima politicizzazione della popolazione, grandi speranze di cambiamento, crescita dei sindacati e dei partiti di massa. Con il primo governo De Gasperi si entrò pienamente nel tema della pacificazione e più che l’emanazione di leggi tecniche, questo nuovo governo prese soprattutto grandi decisioni politiche di sistema e di metodo. Nel 1946 vi furono in realtà due governi De Gasperi:
- De Gasperi I (dal 10 dicembre 1945 fino al luglio 1946, ancora in gran parte sotto il regime monarchico);
- De Gasperi II (dal 13 luglio 1946 – dopo il referendum del 2 giugno 1946 – con il sistema Repubblicano appena entrato in vigore).
I provvedimenti e le scelte chiave del 1946 di De Gasperi furono:
Il referendum istituzionale e la Costituente
Il principale e più importante problema istituzionale da risolvere fu per De Gasperi la definizione della forma dello Stato: Monarchia o Repubblica? Vittorio Emanuele III era molto compromesso con il fascismo. Nel 1944 aveva delegato i poteri al figlio Umberto (luogotenenza) e il 9 maggio 1946 abdicò in favore di Umberto II che divenne Re (sarà chiamato poi Re di maggio perché la vittoria elettorale al referendum del 2 giugno lo tenne in carica poco più di un mese). La decisione sul futuro della forma dello Stato fu, dunque, dal governo De Gasperi, affidata al popolo attraverso libere elezioni: Monarchia o Repubblica ed elezione dell’Assemblea Costituente, che avrebbe avuto il compito di redigere la nuova Costituzione.
Nei primi mesi del 1946 dunque, l’attività dell’esecutivo fu fortemente concentrata sulla preparazione del referendum istituzionale e sull’elezione dell’Assemblea Costituente che, come sappiamo avvenne il del 2 giugno 1946. Si votò a suffragio universale reale, con il voto delle donne. Fu la scelta di legittimare il nuovo Stato non sulla base della Resistenza, ma su un voto popolare e De Gasperi spostò così il baricentro della politica italiana dalla guerra civile e dalla logica dell’epurazione, alla fondazione istituzionale e democratica dello Stato. Il 2 giugno 1946 si svolsero le elezioni, l’affluenza fu molto alta e il voto si configurò come un vero atto di fondazione del nuovo Stato: non più il ruolo svolto nella lotta di liberazione, ma la volontà popolare espressa attraverso un procedimento democratico spostando diametralmente la fonte di legittimazione.
Il risultato è noto, la Repubblica ebbe il 54% dei suffragi, la Monarchia il 46%. Vi fu altissima affluenza in segno di partecipazione democratica alla scelta ( 89% ) e il Nord Italia fu prevalentemente repubblicano mentre il Sud monarchico.
La gestione del passaggio monarchia-Repubblica
Il 10 giugno 1946 furono proclamati i risultati del referendum e la Repubblica risultò vincitrice. Nei giorni immediatamente successivi il governo e De Gasperi in particolare fu impegnato a gestire una fase estremamente delicata, segnata da tensioni politiche, da polemiche sul conteggio dei voti e dal rischio di conflitti aperti tra opposte fazioni.
Grazie al decisivo intervento di De Gasperi ed alla consapevole responsabilità di Umberto II, tesa a non creare ulteriori traumi all’Italia, il 13 giugno 1946 il re lasciò l’Italia per recarsi in Portogallo in esilio. Nacque ufficialmente la Repubblica Italiana, fu eletta l’Assemblea Costituente (556 deputati) e i principali eletti per la composizione dell’Assemblea Costituente appartenevano alla Democrazia Cristiana, al Partito Socialista e al Partito Comunista. Saranno loro i principali artefici della scrittura della nostra Costituzione la cui approvazione avvenne nel dicembre del 1947 e l’entrata in vigore il 1gennaio 1948.
Il 13 giugno Umberto II lasciò il Paese. La partenza del sovrano avvenne senza un atto formale di destituzione e senza iniziative punitive nei confronti della monarchia. Il governo mantenne una linea molto prudente anche in questa fase non operando rotture traumatiche o rese dei conti con la monarchia, operando attraversola logica della pacificazione nazionale. La scelta di una transizione morbida rispondeva all’esigenza di evitare ulteriori lacerazioni in un Paese già profondamente diviso.
Il 25 giugno 1946 si riunì per la prima volta l’Assemblea Costituente e iniziò formalmente il processo di elaborazione della nuova Carta costituzionale. La composizione dell’assemblea rifletteva la pluralità delle culture politiche uscite dalla guerra – cattolica, socialista, comunista, liberale – chiamate ora a collaborare nella costruzione dell’ordinamento repubblicano.
Il 28 giugno 1946 l’Assemblea elesse Enrico De Nicola come Capo provvisorio dello Stato. Anche questa scelta fu orientata a una logica di equilibrio e di moderazione: De Nicola era una figura di prestigio, di formazione liberale, estranea ai conflitti più aspri del periodo della resistenza.
Il 13 luglio 1946 si formò il secondo governo De Gasperi, il primo dell’Italia repubblicana. Con questo passaggio si completò il quadro istituzionale provvisorio entro il quale si mosse la Costituente.
Superamento definitivo della stagione dell’epurazione
Va sottolineato come punto cardinale dell’attività del primo governo De Gasperi che il 22 giugno 1946 venne emanato il decreto di amnistia e indulto promosso dal Ministro della Giustizia Palmiro Togliatti. Il provvedimento riguardava un’ampia gamma di reati politici e comuni connessi al periodo della guerra e dell’occupazione. L’amnistia produsse un rapido ridimensionamento dell’apparato giudiziario straordinario creato nel dopoguerra e determinò la liberazione o il proscioglimento di un numero molto elevato di imputati. L’amnistia del giugno 1946fu formalmente un provvedimento del ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti, tuttavia esso fu anche un atto politico importantissimo condiviso da De Gasperi che peraltro avvenne in seno a tutto il governo.
Il provvedimento fu uno dei cardini della pacificazione, gli effetti concreti furono la liberazione o la forte riduzione delle pene per moltissimi fascisti e partigiani e la chiusura rapida di gran parte del contenzioso penale del dopoguerra. Sul piano politico, l’amnistia segnò un passaggio decisivo: lo Stato repubblicano nascente rinunciava a fondare la propria identità su una sistematica punizione dei vinti della guerra civile. L’obiettivo era quello di riportare l’intero conflitto nel passato, neutralizzandone il peso nella vita pubblica. Con questo provvedimento il governo De Gasperi congelò di fatto l’epurazione, molte procedure furono fermate e si avviò il reintegro di numerosi funzionari. Questo in sostanza fu il cambio di paradigma più radicale tra il governo De Gasperi e quello che lo aveva preceduto.
Parri pose in essere un tentativo (debole) di “fare pulizia”, De Gasperi diede pragmaticamente e realisticamente priorità alla continuità amministrativa dello Stato. Nei mesi successivi, durante l’estate e l’autunno del 1946, si consolidò nella pratica amministrativa una linea ormai chiara e le politiche di epurazione furono progressivamente svuotate, fermate e ci si avviò alla normalizzazione degli apparati dello Stato. Magistratura, prefetture, ministeri e forze di sicurezza furono ricondotti alla logica della continuità funzionale.
Centralità dei partiti di massa e fine del CLN
Sempre con il governo De Gasperi nel 1946 si determinò la fine del CLN come struttura politica centrale e si ebbe il ritorno pieno alla dinamica dei partiti (DC, PSI, PCI, ecc.). Fu una trasformazione decisiva: lo Stato non si basava più sulle logiche della resistenza, ma sulla legittimazione democratica ottenuta attraverso libere elezioni. Alla fine del 1946, mentre i lavori della Costituente entravano nel vivo, la fase eccezionale del dopoguerra poteva dirsi conclusa. Il sistema politico si era ormai stabilizzato, la frattura prodotta dalla guerra civile fu politicamente neutralizzata e la nuova Repubblica si avviò a nascere su basi istituzionali e non più insurrezionali.
Avvio della politica di collocazione internazionale:
ruolo degli alleati e inizio della guerra fredda
Nel 1946 De Gasperi continuò a muoversi per reinserire l’Italia nel sistema occidentale e per presentarla come paese democratico affidabile, proseguendo quanto aveva iniziato a fare come Ministro degli Esteri del governo Parri. Questa proiezione esternerebbe anche un riflesso “interno” ottenendo così meno conflitto ideologico, maggiore bisogno di stabilità, prosecuzione politica e sociale più profonda. Anche se la guerra era finita, l’Italia era ancora fortemente condizionata dagli alleati e soprattutto dagli Stati Uniti. Il 1946, in sostanza, fu l’anno in cui l’Italia scelse consapevolmente di non fondarsi su una resa dei conti ma su una riconciliazione imperfetta, sollecitata ed appoggiata in questo intento anche dagli USA che avevano la necessità di avere un paese “stabilizzato” in vista dell’inizio della cosiddetta “guerra fredda”.
In effetti l’Italia, ritenuta in una posizione strategica rispetto ai nuovi assetti mondiali che si formavano, ebbe un’influenza da parte degli americani che si estrinsecò attraverso aiuti economici (poi piano Marshall dal 1947) e sostegno alla Democrazia Cristiana in contrapposizione all’attivismo del partito comunista italiano. Ma l’Italia fu altresì influenzata indirettamente dall’URSS che sosteneva politicamente i partiti comunisti europei, sebbene il nostro PCI, attraverso l’autorevole e responsabile figura di Palmiro Togliatti, restò sempre nell’alveo della democrazia, anche in ossequio a quanto era stato deciso a Yalta dalle potenze vincitrici prima della fine della guerra. In realtà già nel 1946 si delineava l’inizio di quella che fu definita “guerra fredda” che vide la contrapposizione tra l’occidente (USA e democrazie liberali) e l’est (URSS e paesi socialisti). Questo fattore di politica internazionale, quando Stati Uniti e Urss entrarono in uno stato di contrapposizione aperta, portò nel 1947De Gasperi ad escludere comunisti e socialisti dal suo quarto governo.
Il passaggio democratico attraverso la preparazione fino al referendum ed elezione dell’Assemblea Costituente del 2 giugno 1946. Il pieno elettorato alle donne.
Il 2 giugno 1946 in Italia si votò a suffragio universale (votarono anche le donne con elettorato attivo e passivo) per la scelta della forma di Stato – Repubblica o Monarchia – e per l’elezione dell’Assemblea costituente. Questo fu un passaggio fondamentale e storico per la democrazia in Italia dopo il ventennio fascista.
Il diritto di voto alle donne prima del 2 giugno 1946
Il Decreto luogotenenziale 1° febbraio 1945, n. 23 riconobbe il diritto di voto attivo alle donne. Anche se restavano escluse alcune categorie di esse, di fatto fu sancito l’ingresso delle donne nella vita politica del paese. Tuttavia il diritto non fu esercitato prima del 1946 in quanto, all’emanazione della norma, la guerra non era ancora finita e mancavano le condizioni pratiche per votare.
Nel percorso che portò alla preparazione al voto del 2 giugno 1946 va ricordato anche il Decreto luogotenenziale del 10 marzo 1946, n. 74 che riconobbe alle donne non solo il diritto di votare ma anche quello di essere elette e, grazie a questa norma, già nelle elezioni comunali del 1946 poi il 2 giugno 1946, alla votazione per l’Assemblea Costituente, furono elette le prime 21 donne nelle istituzioni politiche italiane.
Le elezioni amministrative della primavera 1946.
Perché queste elezioni comunali furono così importanti
Un passaggio preliminare alle votazioni del 2 giugno 1946 fu quello di sciogliere le vecchie amministrazioni locali fasciste ed eleggere sindaci e consigli comunali in maniera democratica. Furono una sorta di “prova generale” della nuova democrazia; le elezioni comunali si tennero in due grandi tornate, il 10 marzo 1946 e il 7 aprile 1946. Non si votò in tutta Italia nello stesso giorno, ma prima in molti comuni del Centro-Nord, poi in altri, soprattutto al Sud. Votarono uomini e donne insieme e fu la prima volta nella storia d’Italia che le donne entrarono in un seggio elettorale. Dunque il vero debutto politico delle donne alle urne fu nel marzo 1946 non il successivo 2 giugno. Le elezioni amministrative che si svolsero nella primavera del 1946, tesero a formare una nuova classe dirigente a livello locale, furono senz’altro propedeutiche a preparare l’elettorato – che aveva subito un ventennio di dittatura o che non aveva mai votato – alla democrazia. Esse servirono inoltre a ricostruire lo Stato dal basso, ristabilire la legalità dopo il fascismo e dare legittimazione democratica ai partiti di massa DC, PCI, PSI. In molti comuni infatti i sindaci nominati dal CLN durante la guerra furono sostituiti da altri eletti dal popolo. Le prime elezioni locali infine servirono a testare l’organizzazione dei seggi, ad aggiornare le liste elettorali, ad abituare la popolazione (e le donne) al voto, preparando il terreno per il referendum Monarchia–Repubblica e l’elezione dell’Assemblea Costituente (dove, ricordiamolo, le donne votarono e furono elette ben 21 deputate costituenti).Questo passaggio fu fondamentale nella transizione alla Repubblica, anche se spesso non è stato sufficientemente citato rispetto alle elezioni del 2 giugno che, oggettivamente, furono decisive e fondamentali per la nascita della Repubblica.
In conclusione I Governi Parri e De Gasperi del 1945 – 1946 due modelli di transizione
Il confronto tra i Governi Parri e De Gasperi mise in luce due diversi modelli di uscita dal fascismo. Nel 1945, con Parri, la priorità fu data alla continuità ideale con la Resistenza, alla moralizzazione dello Stato e all’epurazione dei responsabili del regime. Nel 1946, con De Gasperi, la priorità divenne invece la stabilizzazione del sistema politico, la legittimazione popolare attraverso il voto e la pacificazione interna.
Il 1946 segna il momento in cui l’Italia sceglie consapevolmente di fondare la nuova Repubblica non su una giustizia di tipo politico-morale, ma su un compromesso istituzionale e su una riconciliazione imperfetta. In questa scelta si colloca uno dei tratti strutturali della storia repubblicana: una democrazia nata non dalla vittoria di una parte sull’altra, ma dalla volontà di chiudere il conflitto e di rendere possibile la convivenza tra culture politiche profondamente diverse.
Questa scelta non fu priva di costi. La rapida chiusura della stagione dell’epurazione e l’amnistia contribuirono a lasciare irrisolto il problema di una piena assunzione di responsabilità per il passato fascista. Allo stesso tempo, però, fu resa possibile una transizione relativamente ordinata, evitando che la frattura prodotta dalla guerra civile continuasse a dominare la vita politica del Paese.
In sintesi tra aprile 1945 e giugno 1946 l’Italia passa da una dittatura a un sistema democratico, risolve la questione della forma dello stato attraverso il referendum monarchia–repubblica, avvia attraverso la neoeletta assemblea costituente la scrittura della nuova Costituzione, integra definitivamente le masse (e le donne) nella vita politica. È in sintesi l’anno della fondazione dello Stato repubblicano.
(5 – continua)
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