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Made in Italy 2030: una strategia ambiziosa che fotografa il Paese, ma non scioglie i nodi strutturali della competitività

lunedì, 9 Febbraio 2026
2 minuti di lettura

Un Libro Bianco che nasce da un confronto ampio

Il rapporto “Made in Italy 2030”, presentato al CNEL, è un documento imponente per mole e ambizione. Oltre trecento pagine che nascono da un lungo percorso di consultazione pubblica e che mirano a offrire una cornice strategica per la politica industriale nazionale. Il merito principale è quello di mettere ordine: mappare filiere, individuare punti di forza e debolezze, riconoscere che la competitività non è più un dato acquisito, ma una conquista quotidiana.

Le 5 A come ossatura del sistema produttivo

Agroalimentare, abbigliamento, arredo, automazione e automotive restano il cuore manifatturiero del Paese. Sono settori che tengono insieme qualità, territorio e capacità di esportazione. Tuttavia, il documento riconosce anche i limiti storici: imprese troppo piccole, investimenti in ricerca insufficienti, costi energetici elevati e un carico burocratico che penalizza chi produce.

Nuovi settori, vecchi problemi di scala

Accanto ai comparti tradizionali emergono nuove aree strategiche: salute, spazio e difesa, economia del mare, turismo e industrie culturali. Qui l’Italia ha competenze e know-how, ma il problema resta la dimensione. Senza aggregazioni, reti e strumenti finanziari adeguati, il rischio è restare subfornitori di filiere guidate da altri.

Dieci obiettivi condivisibili, ma ancora generici

Il Libro Bianco individua dieci grandi obiettivi: rafforzare la manifattura, aumentare l’occupazione, ridurre la dipendenza energetica, sostenere la difesa nazionale. Traguardi condivisibili, ma spesso formulati in modo programmatico. Da una prospettiva liberale e di destra, il punto non è l’elenco degli obiettivi, bensì la chiarezza degli strumenti e la misurabilità dei risultati.

Industry bond e finanza per la crescita

Interessante l’ipotesi di un Industry bond nazionale, affidato a una banca pubblica d’investimento. Può essere uno strumento utile se orientato a capitalizzazione e aggregazioni, non a sussidi permanenti.
Il coinvolgimento di fondi pensione e previdenziali va nella giusta direzione, ma richiede regole chiare e ritorni credibili, altrimenti resterà sulla carta.

Occupazione e incentivi selettivi

La scelta di superare gli incentivi a pioggia per premiare chi reinveste utili in salari, occupazione ed energia è un segnale culturale positivo. Lo Stato non deve sostituirsi all’impresa, ma orientarne i comportamenti. Serve però una pubblica amministrazione capace di controllare, valutare e non bloccare tutto con procedure infinite.

Ridurre la dipendenza energetica è una priorità nazionale. Il riferimento ai piccoli reattori modulari e al rafforzamento delle filiere europee va letto senza ideologia: competitività e sicurezza vengono prima dei dogmi. Anche negli appalti pubblici, favorire tecnologie UE e G7 significa difendere sovranità industriale.

Europa, italian sounding e identità produttiva

Il coordinamento con le politiche europee è indispensabile, così come la lotta all’italian sounding, che sottrae valore reale alle imprese sane. Il Made in Italy non è solo marketing, ma un ecosistema di lavoro, competenze e territori che va protetto con strumenti giuridici più efficaci.

“Made in Italy 2030” descrive bene il Paese, ma resta prudente nelle soluzioni. Senza una riduzione decisa di burocrazia, senza tempi certi e senza una vera cultura della concorrenza, il rischio è arrivare al 2030 con un altro buon rapporto e gli stessi ritardi. La politica industriale deve creare condizioni, non dirigere l’economia: è questa la sfida che il documento, per ora, lascia aperta.

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