Un Paese che invecchia e ha bisogno di lavoratori non può permettersi l’immobilismo. I centri in Albania, sul modello di Ellis Island, indicano la strada necessaria: ingressi regolari, lavoro, integrazione e legalità
L’Italia non ha più tempo. È una nazione che invecchia rapidamente, con sempre meno giovani e sempre meno lavoratori, mentre le imprese cercano manodopera che non trovano. Cna, Confindustria, Confagricoltura, Confartigianato, Confcommercio, Confesercenti, Coldiretti, lo dicono con chiarezza: senza forza lavoro il sistema produttivo rallenta, perde competitività e si impoverisce. E senza lavoratori, anche il sistema previdenziale è destinato a entrare in crisi.
Il nostro welfare si regge sui contributi di chi lavora. Se gli occupati e contratti diminuiscono, le pensioni diventano insostenibili. È una realtà oggettiva, che impone scelte politiche nette. Rimandare significa scaricare il problema sulle prossime generazioni.
Nel Cdm il rilancio dei centri in Albania
Il capitolo immigrazione come emerge dalla agenda di Governo, andrà verso un nuovo giro di vite. Ad accelerare il percorso è il premier Giorgia Meloni e con lei il titolare del Viminale, il ministro Matteo Piantedosi. Al prossimo Consiglio dei ministri, in programma l’inizio della settimana, dovrebbe approdare il disegno di legge che unisce le norme stralciate dal pacchetto sicurezza alla delega per l’attuazione del Patto Ue per la migrazione e l’asilo che entrerà in vigore da giugno. Una stretta che serve al Governo anche per rilanciare i pani della cosiddetta: “Operazione Albania”.
Immigrazione sicura e integrata
Torna quindi in primo piano il nodo centrale dell’immigrazione. L’Italia deve decidere se governarla o subirla. Non esiste una terza via. L’immigrazione clandestina, lasciata all’illegalità e spesso alla criminalità, produce solo marginalità, sfruttamento e insicurezza. Non serve né agli immigrati né ai cittadini italiani. Al contrario, un’immigrazione regolare, selezionata e orientata al lavoro è oggi una necessità nazionale.
Ciò che serve all’Italia
I numeri parlano chiaro: nei prossimi cinque anni serviranno circa 640.000 lavoratori stranieri, soprattutto in logistica, agricoltura, costruzioni e servizi alla persona. Nel medio-lungo periodo, per compensare il crollo demografico, l’Italia potrebbe aver bisogno di milioni di nuovi ingressi. Non è un’ideologia, è un fabbisogno strutturale. Il Decreto Flussi 2026-2028, con quasi 500 mila ingressi autorizzati, va in questa direzione. Ma non basta aprire quote: serve un modello nuovo e severo che unisca ingressi, legalità e lavoro.
L’esempio USA di Ellis Island
In questo contesto che si inserisce il progetto dei centri di prima accoglienza in Albania, realizzati grazie all’intesa tra il Governo italiano e il primo ministro Edi Rama. Queste strutture non sono un’emergenza, ma una scelta strategica. Rappresentano, per l’Italia di oggi, ciò che Ellis Island è stata per gli Stati Uniti tra fine Ottocento e Novecento: una porta ordinata, sicura e controllata attraverso cui milioni di persone sono entrate legalmente per lavorare, integrarsi e costruire il futuro di una nazione.
I centri in Albania consentono identificazione, selezione e gestione dei flussi nei Paesi di partenza. Significano ingressi regolari, stop ai barconi, stop alle morti in mare, stop al traffico di esseri umani. Significano portare in Italia persone che arrivano già con un percorso chiaro: lavoro, regole, integrazione. Questa è la vera alternativa al caos.
Ai lavoratori massima accoglienza
Accoglienza e sicurezza non sono opposte. Sono inseparabili. Chi vuole lavorare e rispettare le regole deve essere accolto e messo nelle condizioni di contribuire alla crescita del Paese. Chi delinque non può restare: le espulsioni devono essere eseguite senza esitazioni. La certezza della legge è la base dell’inclusione, non il suo contrario.
Difendiamo occupazione e welfare
L’Italia ha oggi una responsabilità storica. Governare l’immigrazione significa difendere il lavoro, salvaguardare il welfare, garantire sicurezza e costruire integrazione. Subirla significa condannarsi al declino economico e alla frattura sociale. La strada è tracciata. Ora serve determinazione. Perché senza lavoratori non c’è sviluppo, senza legalità non c’è integrazione e senza scelte coraggiose non c’è futuro.



