La Striscia di Gaza resta sotto attacco, mentre il conflitto continua a produrre ricadute regionali che coinvolgono Libano, Siria e i principali dossier diplomatici internazionali. Le autorità sanitarie di Gaza hanno confermato la consegna di 54 corpi di palestinesi uccisi nei precedenti bombardamenti israeliani, avvenuta con la mediazione del Comitato internazionale della Croce Rossa. I resti sono stati trasferiti all’ospedale Al Shifa, insieme a decine di casse contenenti frammenti e organi umani, in un’operazione definita necessaria per completare le identificazioni.
Il ministero della Salute di Gaza riferisce che dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, l’11 ottobre 2025, i morti sarebbero 556, mentre il bilancio complessivo dall’inizio della guerra supererebbe le 71 mila vittime, dati che non distinguono tra civili e combattenti. Parallelamente, nuovi attacchi israeliani hanno colpito diverse aree della Striscia, causando ieri almeno 24 morti, tra cui otto bambini e un paramedico della Mezzaluna Rossa, ucciso mentre prestava soccorso dopo un primo raid. A Khan Younis, colpita anche la zona umanitaria di Al Mawasi, dove tende per sfollati sono state investite da bombardamenti. Testimonianze raccolte durante i funerali parlano di famiglie colpite mentre dormivano nelle proprie abitazioni.
Israele ha attribuito le operazioni a violazioni dell’accordo di cessate il fuoco, annunciando l’uccisione mirata di comandanti di Hamas e della Jihad islamica, ritenuti responsabili della gestione degli ostaggi e di attacchi contro le truppe. Accuse respinte da Hamas, mentre Egitto e Turchia hanno condannato apertamente la ripresa delle operazioni militari.
Rafah, passaggi limitati
Sul fronte umanitario, il valico di Rafah resta un punto chiave. Ieri il ministro della Salute egiziano ha ispezionato il confine e gli ospedali del Sinai del Nord che accolgono feriti e disabili palestinesi. Nella stessa giornata, un quarto gruppo di civili ha completato il rientro a Gaza dal lato egiziano, assistito dalla Mezzaluna Rossa egiziana. Il Cairo ribadisce che il valico non è mai stato formalmente chiuso dal proprio lato, pur operando con forti limitazioni. Nel frattempo, la società civile rilancia.
Da Johannesburg è stata presentata una nuova iniziativa marittima internazionale diretta verso Gaza, con oltre cento imbarcazioni e migliaia di partecipanti previsti per la primavera. Gli organizzatori parlano di un’azione non violenta per rompere l’assedio e sostenere la ricostruzione, in quella che definiscono una risposta al fallimento della diplomazia.
Libano accusa Israele
A sud del Libano, le autorità di Beirut hanno denunciato un’operazione israeliana di irrorazione aerea di diserbanti chimici su terreni agricoli lungo il confine. Secondo testimonianze e filmati verificati sul posto, aerei militari avrebbero spruzzato sostanze a base di glifosato su campi coltivati e aree destinate alle semine. La missione ONU nel sud del Libano ha confermato di essere stata avvisata preventivamente delle operazioni per consentire al personale di allontanarsi temporaneamente, senza però ricevere dettagli sulla natura delle sostanze utilizzate. L’episodio si inserisce in un contesto di devastazione agricola diffusa, con migliaia di ettari resi inutilizzabili dai combattimenti e dalle restrizioni di accesso.
Preoccupazioni su Teheran
A preoccupare Beirut è anche l’ipotesi di un conflitto diretto tra Stati Uniti e Iran. Secondo ambienti della sicurezza libanese, in caso di escalation Teheran potrebbe trascinare il Libano in una nuova fase di confronto regionale, trasformandolo nuovamente in un terreno di scontro indiretto.
In questo quadro, l’ex segretario di Stato americano Mike Pompeo, intervenendo ieri in Italia, ha ribadito che “la questione centrale del Medio Oriente è a Teheran, non a Gaza”, sostenendo che un cambiamento del regime iraniano potrebbe ridefinire l’intero assetto regionale.
Siria, avviato il ritiro delle truppe statunitensi
Sul piano regionale, crescono le tensioni anche in Siria, dove le forze statunitensi hanno avviato il ritiro da due basi nel nord-est del Paese, tra cui al Shaddadi e Khrab al Jir, snodo logistico strategico vicino al confine iracheno. Fonti locali parlano di un disimpegno rapido, che alimenta interrogativi sugli equilibri di sicurezza nell’area.



