Scuola, lavoro, futuro. Tre parole enormi, soprattutto se hai tra i 16 e i 19 anni. È da qui che parte la ricerca 2024 dell’Osservatorio Iride, nato dalla collaborazione tra Censis e Fondazione Costruiamo il Futuro allo scopo di osservare il presente e il futuro dell’educazione attraverso gli occhi dei ragazzi, che ha dato voce a oltre mille adolescenti italiani. Il risultato? Una generazione tutt’altro che disinteressata, ma molto più critica e consapevole di quanto spesso si racconti.
La scuola: scelta giusta, ma non sempre felice
Più di 3 ragazzi su 4 rifarebbero la stessa scelta scolastica. Segno che, nonostante tutto, la scuola viene vista come un passaggio utile. Ma attenzione, non significa che sia sempre un’esperienza positiva. Quasi il 17% tornerebbe indietro, soprattutto perché non si è sentito coinvolto o rappresentato da ciò che ha studiato.
La scuola serve, questo è chiaro. Aiuta a costruire il futuro e a raggiungere obiettivi. Il problema è il “come”. Molti studenti faticano a trovare stimolanti le lezioni e vivono la quotidianità scolastica come uno sforzo continuo. La voglia c’è, l’entusiasmo un po’ meno.
“La vita vera è fuori”: quando la scuola sembra distante
Qui arriva uno dei dati più forti: oltre il 60% dei ragazzi pensa spesso che la vita vera sia fuori dalla scuola. Tra stress, competizione e noia, per molti la scuola è qualcosa di necessario, ma distante dalla realtà. A questo si aggiungono ansia per il futuro e la sensazione di non essere davvero ascoltati dalla società.
La scuola prepara davvero al futuro?
Il 71,7% risponde sì, almeno abbastanza. Ma c’è un 28,3% che non si sente pronto. Non è poco. Sono proprio questi ragazzi a sentirsi più disorientati e critici. Ed è qui che nasce il rischio più grande: restare indietro, mollare o uscire dalla scuola senza competenze davvero utili.
I giovani non si limitano a criticare, ma propongono. Vogliono lezioni più dinamiche, più tecnologia, meno teoria scollegata dalla realtà. Chiedono indicazioni pratiche sul mondo del lavoro, educazione affettiva e sessuale, cittadinanza attiva e più attenzione all’attualità. In poche parole: una scuola più viva e meno distante.
Il lavoro non è più tutto, ma conta ancora moltissimo
Anche il lavoro ha cambiato significato. Per molti giovani non è più ciò che definisce chi sei. Resta fondamentale per vivere e rendersi indipendenti, ma non è l’unico centro della vita. L’idea di “vivere per lavorare” convince sempre meno.
Per questo i giovani non sono pronti ad accettare qualsiasi lavoro. Solo una piccola parte direbbe sì a qualunque proposta. Contano lo stipendio, certo, ma anche il tempo libero, la flessibilità e il senso di quello che si fa. Molti rinuncerebbero a guadagnare di più pur di fare un lavoro che piace davvero.
Quando pensano al futuro, prevalgono preoccupazione e ansia, soprattutto tra le ragazze. Ma non mancano ottimismo, fiducia ed entusiasmo. È una generazione che ha paura, sì, ma non ha smesso di sperare e di provarci.
Una richiesta chiara: dare più senso a scuola e lavoro
I giovani non stanno rifiutando scuola e lavoro. Stanno chiedendo che abbiano più senso, più connessione con la realtà e più spazio per crescere davvero. Ascoltarli non è solo giusto, è necessario. Perché il futuro, alla fine, è il loro.



