Nel 2014, quando il Consiglio di Stato si esprime sul progetto di Bomba, non lo fa con il linguaggio vago delle raccomandazioni. Lo fa con la precisione che si addice a una sentenza. Richiama esplicitamente il principio di precauzione, e lo fa in relazione a un contesto territoriale già compromesso dal dissesto idrogeologico.
Il principio di precauzione non è un’astrazione filosofica. È una regola del diritto europeo. Serve proprio nei casi in cui non si può fare un esperimento. Nei casi in cui l’errore non è reversibile. Nei casi in cui non puoi dire: se va male, torniamo indietro.
Una diga che diventa instabile non si “resetta”.
Eppure, dopo quella sentenza, la storia non si ferma.
Il progetto che cambia forma, ma non sostanza
Negli anni successivi, il progetto di estrazione viene più volte modificato. Le società cambiano assetto. Le denominazioni mutano. L’attuale proponente è la LN-Energy. Ogni nuova versione promette maggiore sicurezza, tecnologie più avanzate, controlli più stringenti.
Ma il punto non è come estrarre.
Il punto è dove.
Perché il giacimento resta lì. Sotto la diga. Dentro un sistema geologico complesso. In un territorio fragile.
Nel frattempo, arrivano nuovi pareri negativi. Anche recenti. Il Comitato VIA della Regione Abruzzo boccia l’ultimo progetto. Le osservazioni tecniche si accumulano. I comuni continuano a opporsi. La Provincia di Chieti si schiera contro.
Ed è qui che accade qualcosa che, a leggerlo oggi, appare quasi irreale.
Il decreto che ribalta tutto
Il 2 gennaio 2016, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica approva definitivamente il progetto di coltivazione del giacimento di Bomba.
Nonostante tutto.
Nonostante le bocciature.
Nonostante i pareri contrari.
Nonostante la sentenza del Consiglio di Stato.
Nonostante le osservazioni tecniche.
Nonostante l’opposizione degli enti locali.
È un atto che, per molti, suona come una rimozione collettiva.
Ma c’è un elemento che rende questa storia ancora più paradossale.
Il progetto viene inserito all’interno del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC), il documento con cui l’Italia dichiara di voler allinearsi alla transizione ecologica europea, puntando sulle energie rinnovabili e sulla riduzione delle fonti fossili.
In teoria, è il piano del futuro.
In pratica, qui diventa la cornice per autorizzare una nuova estrazione di gas.
Nel punto più fragile.
Un passaggio decisionale che lascia fuori il territorio
È difficile raccontare cosa significhi, per una comunità piccola come Bomba, trovarsi di fronte a un atto del genere.
Negli anni, gli abitanti hanno partecipato a incontri pubblici, commissionato studi, raccolto documenti, scritto osservazioni, coinvolto università, tecnici, esperti. Hanno fatto quello che si chiede sempre ai cittadini: informarsi, partecipare, argomentare.
Poi, improvvisamente, un decreto ribalta tutto.
E avviene non spiegando perché le obiezioni non valgano, né confutandole punto per punto.
Semplicemente superandole.
La fiaccolata
Il 27 dicembre scorso, a Bomba, centinaia di persone hanno camminato in silenzio con una candela in mano.
C’erano famiglie, anziani, bambini, amministratori locali. C’erano persone che non hanno mai partecipato a una manifestazione in vita loro. C’erano persone che non vogliono essere “contro lo sviluppo”, ma che vogliono essere ascoltate.
Oggi, i sindaci della Val di Sangro, la Provincia di Chieti e i comitati stanno lavorando a un ricorso al TAR.
La domanda che nessuno vuole fare
Questa storia pone una domanda che in Italia viene evitata.
Chi si assume la responsabilità quando un rischio non è zero?
Perché qui non si parla di probabilità astratte. Si parla di territori reali. Di persone reali. Di una diga reale.
Quando si prende una decisione di questo tipo, si dovrebbe poter dire, senza ambiguità: questa scelta è sicura, non probabilmente né statisticamente, ma sicura e basta.
Spesso, le opposizioni locali vengono liquidate con una parola: NIMBY. Not In My Backyard. Egoismo territoriale.
Ma qui non c’è nessun cortile. C’è un paese, una diga, un lago e una comunità.
E soprattutto, c’è una storia lunga quindici anni fatta di atti, non di slogan.
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