Tom Homan, capo della sicurezza di frontiera nominato da Donald Trump e da poche settimane alla guida delle operazioni federali in Minnesota, ha annunciato un ampliamento significativo delle attività dell’ICE nello Stato, promettendo di “ristabilire legge e ordine” dopo settimane di proteste e scontri. La decisione arriva in un clima già incandescente, segnato dall’uccisione di due cittadini da parte degli agenti federali e da manifestazioni che hanno paralizzato Minneapolis.
Secondo fonti interne all’amministrazione, Homan ha disposto un raddoppio delle pattuglie e un rafforzamento dei controlli nei quartieri considerati più “sensibili”, con l’invio di nuove unità specializzate e l’adozione di protocolli operativi più aggressivi. Una strategia che, nelle intenzioni della Casa Bianca, dovrebbe mostrare fermezza e contenere le proteste, ma che rischia di alimentare ulteriormente la tensione con le autorità locali. Il governatore Tim Walz e il sindaco Jacob Frey hanno infatti espresso preoccupazione per l’escalation federale, chiedendo maggiore trasparenza e un coordinamento che finora è mancato. Homan, definito da Trump “duro ma giusto”, ha difeso la linea dura in una conferenza stampa, affermando che “nessuna minaccia contro gli agenti sarà tollerata” e che l’ICE “non arretrerà di un passo”.
Le sue parole hanno suscitato reazioni contrastanti: da un lato il sostegno dei repubblicani più conservatori, dall’altro la condanna di attivisti e associazioni per i diritti civili, che denunciano un uso eccessivo della forza e una gestione militarizzata dell’ordine pubblico. Il raddoppio delle operazioni segna un nuovo capitolo nella crisi che attraversa il Minnesota, diventato epicentro del confronto tra potere federale e comunità locali.



