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Israele, restituiti i resti di Ran Gvili, l’ultimo ostaggio. Cessate il fuoco resta fragile

Tel-Aviv senza rapiti nella Striscia per la prima volta dal 2014. Trump chiede il disarmo di Hamas. Caso carabinieri: Tajani convoca l’ambasciatore. Tensioni in Siria e Libano
mercoledì, 28 Gennaio 2026
2 minuti di lettura

Mentre nel Giorno della Memoria la senatrice Liliana Segre invitava a non strumentalizzare il conflitto a Gaza perché non diventi “una vendetta contro le vittime di allora”, in Israele si è chiuso uno dei capitoli più lunghi e dolorosi della guerra iniziata dopo il 7 ottobre 2023 con il rientro dei resti del sergente maggiore Ran Gvili.

Per la prima volta dal 2014, nella Striscia di Gaza non risultano più ostaggi israeliani. A Tel Aviv, l’Hostage Family Forum ha annunciato la fine del conteggio dei giorni in Hostage Square, divenuto in oltre due anni il simbolo della sospensione del tempo vissuta dalle famiglie. “Dopo 844 giorni possiamo finalmente fermare il conto”, si legge nella nota del Forum. Una cerimonia si è svolta nel pomeriggio alla presenza dei familiari, dei sopravvissuti alla prigionia e della sorella di Gvili.

Il ritorno del corpo del militare non ha però coinciso con una stabilizzazione del terreno. Nelle stesse ore, secondo fonti palestinesi, un raid israeliano ha colpito il quartiere orientale di Tuffah, a Gaza City, causando quattro morti e tre feriti nei pressi del cimitero di al-Batsh, non lontano dall’area in cui era stato ritrovato il corpo dell’ostaggio. L’esercito israeliano non ha commentato direttamente, ribadendo in via generale che le operazioni rispondono a violazioni del cessate il fuoco. Sul piano umanitario, l’Unicef ha annunciato di essere riuscita per la prima volta in due anni e mezzo a far entrare a Gaza kit scolastici con quaderni e materiale didattico. “Stiamo cercando di raggiungere circa 336mila bambini in età scolare”, ha spiegato il portavoce James Elder, precisando che gran parte delle attività educative si svolgerà in tende a causa della distruzione degli edifici.

Il caso dei carabinieri in Cisgiordania

Resta alta la tensione anche in Cisgiordania dopo l’episodio che ha coinvolto due carabinieri italiani in servizio presso il Consolato generale a Gerusalemme, fermati domenica nei pressi di Ramallah mentre percorrevano una zona militare chiusa nell’Area C. In un primo momento la Farnesina aveva riferito di un possibile coinvolgimento di un colono armato; successivamente l’esercito israeliano ha chiarito che a bloccare il veicolo è stato un soldato dell’Idf, che ha puntato l’arma senza aprire il fuoco dopo aver classificato l’auto come sospetta, non avendo inizialmente riconosciuto la targa diplomatica. Una volta identificati i passeggeri come diplomatici, il militare li ha rilasciati. L’Idf ha parlato di un errore procedurale e ha annunciato una revisione delle istruzioni operative. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma, mentre il Comandante generale dell’Arma Salvatore Luongo ha contattato i due militari, esprimendo solidarietà e sottolineando la “professionalità dimostrata nell’evitare l’escalation”.

Washington e disarmo di Hamas

In questo quadro, Donald Trump ha dichiarato che Hamas ha collaborato alla localizzazione del corpo dell’ultimo ostaggio, ribadendo però che “ora Hamas deve disarmarsi”. Washington ritiene che il disarmo possa essere accompagnato da una forma di amnistia, prevista nel piano statunitense in venti punti per la Striscia. Secondo un funzionario americano, “stiamo ascoltando molti uomini di Hamas parlare di disarmo. Pensiamo che lo faranno”. Parallelamente, secondo fonti di stampa, Hamas starebbe cercando di integrare circa diecimila agenti di polizia nella futura amministrazione tecnica di Gaza, un’ipotesi che Israele contesta richiamandosi agli impegni sul disarmo. In questo quadro si inserisce anche l’incontro avvenuto ad Ankara tra la leadership politica di Hamas e il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, dedicato alla seconda fase del cessate il fuoco e al ruolo del Board of Peace per l’ingresso degli aiuti umanitari.

Siria, Libano e crisi regionale

Intanto, la crisi regionale si allarga. In Siria, nuovi scontri tra forze governative e milizie curde minacciano, secondo il Pkk, il processo di pace con Ankara. A Gerusalemme Est, l’UNRWA ha denunciato l’incendio della propria sede centrale, già parzialmente demolita dopo il divieto imposto da Israele alle attività dell’agenzia. Sul fronte settentrionale, l’esercito israeliano ha confermato di aver ucciso in Libano meridionale due agenti di Hezbollah impegnati, secondo la ricostruzione militare, nel ripristino di una struttura sotterranea ritenuta una minaccia e in violazione del cessate il fuoco.

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