Dopo le proteste di massa dell’8 e 9 gennaio, l’Iran resta sospeso tra repressione interna e rischio di escalation internazionale. Secondo documenti governativi riservati analizzati da media iraniani all’estero, nelle sole 48 ore dell’8 e 9 gennaio sarebbero state uccise oltre 36.000 persone durante la repressione delle manifestazioni. Fonti sanitarie interne, citate in forma anonima dalla stampa internazionale, parlano di oltre 30.000 morti, con ospedali militari saturi, carenza di sacchi per cadaveri e ambulanze sostituite da camion per il trasporto dei corpi. Le stime non includerebbero né le vittime decedute successivamente né quelle delle aree rimaste isolate. Testimonianze e video raccolti nelle settimane successive descrivono cecchini appostati sui tetti e mezzi armati che hanno aperto il fuoco sui manifestanti, mentre le autorità bloccavano Internet e ogni comunicazione con l’esterno. Il 9 gennaio, un esponente dei Pasdaran aveva avvertito in diretta televisiva che “se un proiettile vi colpisce, non lamentatevi”. La repressione si è inserita in un contesto di forte mobilitazione popolare, alimentata anche dalle minacce del presidente americano Donald Trump, che nei giorni precedenti aveva paventato un intervento militare in caso di nuove violenze.
“Guerra da un momento all’altro”
L’allarme arriva anche dall’interno del sistema politico iraniano. Salar Velayatmadar, membro della Commissione Sicurezza del Parlamento, ha dichiarato che “una guerra militare potrebbe scoppiare da un momento all’altro”, parlando di una fase segnata da “guerra mediatica, politica e di risoluzioni”. Secondo il deputato, dietro la rivolta ci sarebbero “il Mossad e altri servizi dissidenti”, in linea con la narrazione ufficiale della Repubblica Islamica. In questo contesto circolano anche voci su misure straordinarie di sicurezza per la Guida Suprema Ali Khamenei, che alcuni media dell’opposizione collocano in un bunker sotterraneo. L’ipotesi è stata però smentita da un console iraniano all’estero, secondo cui Khamenei dispone di protezione rafforzata ma non sarebbe nascosto.
Washington contro Teheran
Da Washington, il Dipartimento di Stato ha diffuso un messaggio durissimo in lingua persiana, affermando che “la repressione e la violenza non sono un’eccezione, ma parte integrante della politica attuale della Repubblica Islamica”. Nel testo si ricorda come, dal 1979, alle richieste di riforma degli iraniani il regime abbia risposto “non con il dialogo, ma con la forza”, citando anche il caso di Mahsa Amini. Nello stesso contesto, l’amministrazione Trump ha avviato il rimpatrio forzato di circa 40 cittadini iraniani dagli Stati Uniti, suscitando forti critiche. Secondo il Consiglio Nazionale Iraniano-Americano, due dei rimpatriati, una coppia di uomini gay, rischierebbero la pena di morte immediata al rientro in Iran. “La stessa amministrazione che promette aiuti agli iraniani ora li rimanda in un pericolo estremo”, ha denunciato il presidente del NIAC, Jamal Abdi. Intanto, il comandante del Comando centrale Usa Brad Cooper è arrivato in Israele per consultazioni con i vertici della sicurezza, mentre osservatori parlano di un coordinamento in vista di possibili scenari contro l’Iran. Dal fronte opposto, Hezbollah ha ribadito il proprio sostegno a Khamenei, parlando di “uno scontro serio guidato dal tiranno americano”.
Blackout
Sul fronte interno, resta centrale il tema del blackout informatico. Il governo ha annunciato che Internet dovrebbe essere ripristinato “entro oggi o domani”, ma i tentativi di riconnessione registrati nelle ultime ore sono durati appena trenta minuti. A rompere il silenzio è stato Yousef Pezeshkian, figlio del presidente Masoud Pezeshkian, che ha avvertito: “Mantenere Internet bloccato amplierà il divario tra popolo e istituzioni”. Secondo Pezeshkian, il rischio è che anche chi inizialmente non protestava finisca per schierarsi contro il governo. Pur parlando di ingerenze esterne, ha ammesso che “le forze di sicurezza potrebbero aver commesso errori che devono essere affrontati”.
Allarme ONU
A chiudere il quadro è l’allarme delle Nazioni Unite. L’Alto Commissario per i Diritti Umani Volker Türk ha chiesto a Teheran di fermare “la brutale repressione”, denunciando “migliaia di morti, inclusi bambini”, e sollecitando il rilascio dei detenuti e una moratoria sulla pena di morte. Il Consiglio Onu per i Diritti Umani discuterà ora il rinnovo della missione d’inchiesta internazionale, mentre l’Iran continua a fornire un bilancio ufficiale di poco superiore ai 3.000 morti, contestato da organizzazioni indipendenti. Nel Paese, la distanza tra numeri ufficiali e testimonianze sul terreno resta uno degli elementi più esplosivi di una crisi che, secondo molti osservatori, è ormai entrata in una fase decisiva.



