Nel 2024, per l’Italia, rappresentare il Paese all’estero è ancora un mestiere quasi esclusivamente maschile. Secondo un’analisi di Openpolis, realizzata con l’European Data Journalism Network (EDJNet) nell’ambito del progetto ChatEurope, solo il 15% delle ambasciate italiane è guidato da una donna. È una percentuale tra le più basse nell’Unione Europea. Francia, Germania e Spagna superano il 30%, Paesi Bassi e Svezia sfiorano il 40%, mentre il nostro Paese arretra di quindici punti rispetto alla media.
La fotografia è chiara: la diplomazia italiana resta una delle ultime zone del potere pubblico ad aprirsi realmente alla parità di genere.
Un percorso storico a ostacoli
L’accesso delle donne alla carriera diplomatica italiana è stato vietato fino al 1960, quando la Corte costituzionale dichiarò incostituzionale la norma che le escludeva dagli impieghi con “esercizio di potestà politiche”. La prima ambasciatrice di carriera arriverà nel 1985. Da allora il numero è cresciuto, ma a ritmi troppo lenti per colmare decenni di esclusione.
Negli ultimi vent’anni solo una su tre delle persone che hanno superato il concorso diplomatico era donna. E anche tra chi entra, le carriere divergono: nel 2024, le ambasciatrici italiane erano 19 su 134. I gradi più elevati (segretario generale, direttore generale, rappresentante permanente) restano appannaggio maschile. Attualmente, solo due donne, Patrizia Falcinelli e Nicoletta Bombardiere, dirigono strutture di vertice della Farnesina.
Un divario europeo persistente
L’Italia non è un’eccezione assoluta, ma rappresenta un caso estremo. Secondo il database GenDip dell’Università di Göteborg, a livello europeo meno di un terzo dei diplomatici di alto grado è donna. Un recente rapporto del Servicio Europeo de Acción Exterior (EEAS) rileva che anche all’interno della diplomazia dell’Unione le donne costituiscono il 32% dei diplomatici e appena il 25% dei capi missione, percentuale in crescita ma ancora lontana dalla parità.
Nei paesi nordici la situazione è diversa. La Svezia, che nel 2014 ha adottato la “feminist foreign policy”, la prima al mondo, ha raggiunto oggi il 46% di ambasciatrici, seguita da Norvegia (44%) e Finlandia (41%). In questi contesti, la parità è considerata un principio di governance pubblica, non una misura accessoria.
Il peso della cultura istituzionale
Dietro ai numeri si nasconde una cultura che il tempo non ha ancora scalfito. Uno studio pubblicato dalla London School of Economics nel 2023 sui Ministeri degli Esteri europei evidenzia come i criteri di carriera continuino a premiare “disponibilità illimitata, mobilità costante e rinuncia alla sfera privata”, fattori che scoraggiano molte donne e penalizzano chi ha carichi familiari.
Anche la ricerca dei politologi Romain Lecler e Yann Goltrant sui diplomatici francesi conferma il trend: le donne sono cinque volte più propense a interrompere temporaneamente la carriera e due volte più inclini a evitare incarichi lontani, frenando così l’accesso alle posizioni di prestigio. Modelli simili sono stati riscontrati in Spagna e Germania.
In Italia un elemento aggiuntivo è la persistenza di reti informali di selezione, che favoriscono percorsi tradizionali e maschili, dove la mobilità geografica coincide spesso con la progressione di rango.
Le nuove riforme non bastano
Per la Farnesina il 2024 è stato l’anno con la maggiore presenza femminile nei ruoli di vertice. Ma la proporzione resta minima. Il Piano triennale per le pari opportunità 2025–2027, introdotto dal Ministero, promette mentoring, lavoro agile e percorsi di promozione dedicati. Dal 2026 il nuovo concorso diplomatico, più aperto, interdisciplinare e digitalizzato, dovrebbe allargare la base dei candidati, favorendo anche i profili femminili.
Restano tuttavia dubbi sulla capacità di questi interventi di scardinare il modello culturale, che regge la carriera diplomatica. Secondo UN Women, l’entità delle Nazioni Unite dedicata all’uguaglianza di genere e all’empowerment femminile, nelle amministrazioni pubbliche i cambiamenti più duraturi arrivano solo quando le misure formali sono accompagnate da “meccanismi di responsabilità diretta e trasparenza nelle nomine di vertice”.
Un cambiamento che parte dallo sguardo
La parità nella diplomazia non riguarda solo numeri e quote, ma il modo in cui uno Stato si rappresenta nel mondo. “Le donne ai vertici portano spesso prospettive più inclusive sulla politica estera, dai diritti umani alla cooperazione”, scrive l’OCSE nel suo Gender and Governance Report 2025. In questo senso, la scarsità di ambasciatrici non riflette solo un ritardo nella parità, ma una perdita di pluralità nel pensiero strategico e politico. L’Italia, che nel 2024 ha toccato il record di ingressi femminili nei concorsi, si trova davanti a una sfida decisiva: trasformare l’apertura normativa in una reale cultura di rappresentanza egualitaria. Perché finché nei palazzi e nelle ambasciate resteranno stanze dove le figure femminili si contano sulle dita di una mano, la diplomazia continuerà a parlare con una sola voce e, troppo spesso, una sola voce maschile.



