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Gaza, Trump firma a Davos il Board of Peace. Roma, Londra e Parigi si sfilano

giovedì, 22 Gennaio 2026
2 minuti di lettura

La firma del Board of Peace per Gaza al World Economic Forum di Davos segna un nuovo strappo nell’architettura multilaterale costruita dopo la Guerra fredda. Con la creazione di un organismo politico guidato direttamente dalla Casa Bianca, Donald Trump sposta il baricentro della gestione della crisi di Gaza fuori dai meccanismi tradizionali dell’Onu e delle alleanze occidentali, inaugurando un formato selettivo, personalizzato e politicamente polarizzante.

Presentato come strumento per la ricostruzione della Striscia e per la stabilizzazione dell’intera regione, il Board of Peace nasce come struttura di indirizzo politico a supporto del Comitato tecnico palestinese incaricato dell’amministrazione provvisoria di Gaza. Trump ne è presidente e garante politico. A Davos ha parlato di una ricostruzione “grandiosa” e di una collaborazione con le Nazioni Unite, accusate però di non utilizzare il proprio “potenziale”. Un messaggio che conferma l’approccio: usare l’Onu come cornice, non come centro decisionale.

Un asse extraeuropeo

Alla cerimonia hanno partecipato leader e rappresentanti di Paesi collocati ai margini o fuori dal tradizionale perimetro euroatlantico. Sul palco erano presenti il premier ungherese Viktor Orbán, il presidente argentino Javier Milei, e delegazioni di Azerbaigian, Indonesia, Qatar e Kosovo. Tra i membri figurano anche attori non istituzionali e figure politiche informali, come Tony Blair, unico europeo di rilievo inserito nel Board.

Hanno aderito formalmente Qatar, Turchia, Azerbaigian, Bielorussia, Ungheria, Kazakistan, Marocco, Emirati Arabi Uniti e Vietnam. In un secondo momento sono arrivati anche i sì di Egitto e Israele, con l’adesione del premier Benjamin Netanyahu e del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. L’Arabia Saudita ha poi annunciato una decisione congiunta di diversi Paesi a maggioranza musulmana, tra cui Kuwait, Giordania, Indonesia e Pakistan.

Il risultato è un organismo ampio ma politicamente eterogeneo, costruito più per aggregazione selettiva che per rappresentanza universale.

L’Europa ai margini

Il dato politico centrale resta l’assenza delle principali capitali europee. Francia e Regno Unito non hanno partecipato alla firma. Londra ha motivato la scelta con le preoccupazioni legate alla possibile presenza della Russia in un organismo che si propone come strumento di pace, posizione condivisa anche da Parigi.

L’Italia ha scelto una linea di cautela istituzionale. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha escluso, per ora, l’adesione di Roma citando problemi di costituzionalità legati all’articolo 11, pur evitando una chiusura politica definitiva. Anche la Santa Sede ha mantenuto una posizione interlocutoria: il segretario di Stato Pietro Parolin ha dichiarato che il Vaticano “valuterà”, mentre Trump ha annunciato di aver invitato il Papa.

L’assenza europea evidenzia una frattura strutturale: mentre Washington costruisce un nuovo formato politico, l’Ue resta priva di una proposta alternativa e confinata a una posizione difensiva.

Il fattore russo

A rendere il Board ancora più controverso è il coinvolgimento di Mosca. Trump ha dichiarato che Vladimir Putin avrebbe accettato l’invito a entrare nell’organismo, anche se il Cremlino continua a parlare di una fase di valutazione. Il portavoce Dmitry Peskov ha confermato la disponibilità russa a contribuire con un miliardo di dollari, utilizzando beni congelati negli Stati Uniti, subordinando però il trasferimento a un accordo legale sullo sblocco degli asset.

L’ipotesi di una partecipazione russa rafforza l’idea di un Board costruito come tavolo politico parallelo, capace di includere attori oggi esclusi dai principali processi multilaterali occidentali.

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