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Perché proprio la Groenlandia. Il mito (sopravvalutato) dell’Eldorado Artico

giovedì, 22 Gennaio 2026
3 minuti di lettura

La Groenlandia è tornata al centro delle cronache internazionali come possibile “scrigno” di risorse strategiche, crocevia di rotte commerciali e snodo militare dell’Atlantico del Nord. Gli slogan parlano di “nuovo Eldorado artico”, ma dietro il clamore si nasconde una realtà più sfumata, dove potenziale e limiti si intrecciano con interessi geopolitici e simbolici.

Secondo il Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS), l’isola possiede circa 1,5 milioni di tonnellate di terre rare, pari a poco più del 2% delle riserve mondiali. Dato significativo, ma lontanissimo da quello della Cina, che da sola controlla quasi la metà delle risorse globali e domina la raffinazione, vero anello strategico della catena. Anche per altri minerali preziosi, come litio, nichel, grafite, le quantità stimate restano marginali, inferiori all’1% del totale mondiale. E nessuna miniera di rilievo è oggi operativa.

In teoria, la Groenlandia è geologicamente promettente, in pratica, è economicamente immatura. Il suo sottosuolo è complesso, difficile da lavorare e il territorio, coperto all’80% dai ghiacci, offre condizioni proibitive per qualsiasi sfruttamento su larga scala. Trasformare questa promessa in un’industria richiederebbe decenni e investimenti colossali.

Dal mito delle risorse alla competizione per il controllo

Eppure la Groenlandia continua a esercitare una forte attrazione, non tanto, dunque, per ciò che c’è sotto i ghiacci, quanto per la sua posizione geografica, che la rende una pedina essenziale nello scacchiere artico. Il riscaldamento globale apre nuove rotte marittime (il Passaggio a Nord-Ovest e la Via del Mare del Nord),accorciando del 40% i collegamenti tra Europa e Asia. È in questo scenario che si collocano gli appetiti di Stati Uniti, Russia e Cina.

Inoltre, per Washington l’isola è una sentinella strategica già integrata nel sistema NATO. La base aerea di Pituffik (Thule) è parte essenziale del dispositivo di sorveglianza USA nell’Atlantico del Nord e del GIUK Gap, la linea immaginaria che collega Groenlandia, Islanda e Regno Unito per monitorare i movimenti russi. Le parole di Donald Trump, che nel 2019 e di nuovo nel 2025 ha rilanciato l’idea paradossale di “acquistare” la Groenlandia, rispondono più alla retorica dell’“America First” che a una reale possibilità politica. Ma indicano quanto l’isola sia tornata a essere oggetto di desiderio geopolitico.

La stessa Unione Europea, nel frattempo, guarda a Nuuk come a un partner per diversificare le forniture di materie prime critiche, riducendo la dipendenza da Pechino. Bruxelles ha già stanziato più di 200 milioni di euro fino al 2027 e sostiene programmi di formazione e di estrazione sostenibile.

Tra autonomia e nuove pressioni

Politicamente la Groenlandia vive oggi un delicato equilibrio tra autonomia e dipendenza. È parte del Regno di Danimarca, da cui ha ottenuto nel 1979 l’autogoverno interno e nel 2009 un ampliamento sostanziale delle proprie competenze, incluso il controllo sulle risorse naturali. Ogni anno Copenaghen garantisce un contributo di circa 500 milioni di euro per sostenere sanità, istruzione e servizi pubblici. Ma il tema dell’indipendenza torna ciclicamente nel dibattito politico locale, alimentato dalla crescita del partito socialista Inuit Ataqatigiit, guidato dal primo ministro Múte Borup Egede, che nel 2021 vinse le elezioni promettendo la tutela ambientale e il blocco del progetto minerario di Kvanefjeld, destinato all’estrazione di uranio e terre rare.

Nel febbraio 2024 il Governo groenlandese ha pubblicato la propria strategia di sicurezza e difesa 2024–2033 significativamente intitolata “Niente su di noi senza di noi”, un manifesto politico che afferma il diritto di partecipare alle decisioni sulla gestione del territorio e delle risorse, ponendo al centro sostenibilità e autodeterminazione.

Un’isola contesa tra passato e futuro

Non è la prima volta che la storia dell’isola diventa terreno di proiezioni imperiali.
Già nel X secolo l’esploratore vichingo Erik il Rosso la battezzò Grœnland, “terra verde”, per attirare nuovi coloni, una forma antica di marketing politico. Oggi quel nome conserva tutta la sua ambiguità, promessa, cioè,di ricchezza, ma anche specchio di illusioni.

La Groenlandia non è un luogo vuoto da conquistare, ma una comunità viva di circa 56.000 abitanti, con una solida identità Inuit e una memoria di adattamento millenaria. Il suo destino non si decide nei laboratori minerari o nelle conferenze delle potenze occidentali, ma nella capacità di coniugare sviluppo, autonomia e rispetto ambientale.

Più che un Eldorado artico, dunque, la Groenlandia è una cartina di tornasole del mondo che cambia, un laboratorio delle tensioni tra transizione energetica, competizione globale e diritto dei popoli a scegliere il proprio futuro. E ricordare l’importanza di quest’ultimo è forse la migliore difesa contro le nuove e vecchie tentazioni di chi ancora sogna di “comprare” il Nord.

Cristina Calzecchi Onesti

Cristina Calzecchi Onesti

Giornalista ed esperta di comunicazione aziendale. Dopo esperienze in tutta la comunicazione, dagli uffici stampa alle Relazioni esterne, ai Rapporti istituzionali, per quasi dieci è stata assistente parlamentare, portavoce e spin doctor alla Camera e al Senato. Da sempre si occupa di politica, sociale, diritti civili e ambiente.

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