Nel suo intervento al Forum economico mondiale di Davos Donald Trump ha ribadito l’obiettivo di portare la Groenlandia sotto bandiera americana, chiedendo l’avvio di colloqui “immediati” per l’annessione e sostenendo che solo gli Stati Uniti sarebbero in grado di garantirne la sicurezza. Quasi nello stesso passaggio ha tentato di disinnescare l’ipotesi più esplosiva, assicurando che non intende ricorrere alla forza militare per ottenere il controllo del territorio semiautonomo danese. La promessa riduce il rischio di escalation, ma non cambia la direzione politica, spostando il baricentro dalla minaccia armata alla pressione negoziale. Il messaggio sottinteso è quello di una gerarchia esplicita, Washington guida e gli altri si adeguano, o pagano un prezzo politico. A Davos ha così preso corpo la sensazione di una relazione transatlantica entrata in una fase di negoziazione muscolare e permanente, fondata su rapporti di forza più che su automatismi diplomatici. Da Copenhagen la reazione è stata prudente, ma senza concessioni. Il ministro degli Esteri Lars Løkke Rasmussen ha definito “positivo” il passaggio in cui Trump esclude un’azione armata, osservando però che l’ambizione americana resta intatta. In altre parole, la temperatura si abbassa su un punto, mentre il quadro generale rimane quello di una pressione crescente sugli alleati e, soprattutto, sulla Danimarca. Una rassicurazione tattica che non equivale a una svolta strategica.
La risposta dell’Ue
Sul versante europeo la risposta è diventata anche istituzionale. Il Parlamento europeo ha deciso di sospendere e rinviare il via libera all’intesa commerciale con gli Stati Uniti, leggendo le nuove minacce di dazi come una rottura del patto politico costruito nei mesi scorsi. Un segnale che va oltre la procedura e rende esplicito che la crisi Groenlandia non resta confinata alla sicurezza, ma sta già contaminando i dossier economici e commerciali. A Bruxelles la scelta viene letta come un atto politico deliberato, volto a ribadire che il terreno commerciale non può restare separato dalle tensioni sugli equilibri tra alleati.
Onu e Nato
La frizione attraversa anche il livello multilaterale. Da Davos il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha lanciato un avvertimento contro i leader che “calpestano il diritto internazionale”, ricordando che l’ordine globale si indebolisce quando si scelgono le regole da rispettare e quelle da ignorare. In parallelo Parigi ha provato a spostare l’asse sul terreno Nato, chiedendo un’esercitazione dell’Alleanza in Groenlandia e dichiarando la disponibilità francese a contribuire. La mossa è coerente con la linea di Emmanuel Macron, che invita l’Unione a usare strumenti di difesa commerciale e anti coercizione per rispondere alle pressioni statunitensi, riportando la questione Groenlandia dentro un quadro collettivo.
Ucraina, tra Davos e Mosca
Dentro lo stesso quadro si inserisce la partita ucraina. Trump ha prima lasciato intendere un incontro con Volodymyr Zelensky “ieri”, poi si è corretto spostando l’appuntamento a oggi. Da Kiev è arrivata subito una precisazione, il presidente ucraino ieri pomeriggio era nella capitale e non in Svizzera. Secondo ricostruzioni giornalistiche americane, Zelensky dovrebbe vedere Trump a Davos poco prima della missione a Mosca degli inviati della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner, chiamati a confrontarsi con Vladimir Putin sul piano statunitense per la fine della guerra. Nello stesso contesto si è registrato lo slittamento di annunci economici legati alla ricostruzione ucraina, segnale che la frizione con l’Europa sta già producendo effetti su calendario e priorità.
Tensioni nordamericane e politica interna Usa
L’onda d’urto non si ferma all’Atlantico. In Nord America la tensione politica ha prodotto simulazioni militari canadesi su uno scenario estremo, una possibile aggressione statunitense e una risposta basata su difesa asimmetrica, droni e sabotaggi, descritte come puramente teoriche ma indicative del clima. Sul piano interno americano Davos è diventato anche un ring mediatico. Il governatore democratico della California Gavin Newsom ha liquidato l’intervento di Trump come vuoto e ripetitivo, sostenendo che l’opzione militare sulla Groenlandia non sia mai stata davvero sul tavolo. Nel rumore di fondo ha fatto discutere anche la confusione tra Groenlandia e Islanda durante il discorso, un dettaglio marginale che non cambia la linea politica, ma ne racconta lo stile.



