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Khamenei, guida suprema dell'Iran

Iran, Khamenei accusa Trump per i morti. Usa: “Non scherzate, tutte le opzioni sul tavolo”

La Guida suprema ammette “migliaia di uccisi”, invoca la repressione e parla di complotto americano. Washington minaccia ritorsioni. Riaprono le scuole a Teheran mentre prosegue il blackout della rete.
domenica, 18 Gennaio 2026
3 minuti di lettura

La crisi iraniana entra in una fase di scontro sempre più diretto tra Teheran e Washington. Ieri la Guida suprema Ali Khamenei è tornata a parlare in pubblico in occasione della festività dell’Eid al-Mab’ath, accusando apertamente il presidente statunitense Donald Trump di essere responsabile delle vittime delle proteste. “Riteniamo il presidente degli Stati Uniti colpevole per le vittime, i danni e le calunnie inflitte alla nazione iraniana”, ha dichiarato davanti a migliaia di sostenitori, definendo le manifestazioni un “caos americano”. Nel suo intervento, Khamenei ha ammesso per la prima volta l’uccisione di “migliaia” di persone, attribuendone però la responsabilità a “elementi legati a Israele e all’America”. “Non porteremo il Paese verso la guerra, ma non risparmieremo i criminali interni e, peggio ancora, quelli internazionali”, ha affermato, invocando la necessità di “spezzare la schiena ai sediziosi”. Secondo la Guida suprema, la rivolta sarebbe stata “scatenata dagli Stati Uniti” con l’obiettivo di riportare l’Iran sotto un “dominio militare, politico ed economico”. Parole che si inseriscono in una linea sempre più dura ribadita anche da ambienti religiosi e giudiziari. L’ayatollah Ahmad Khatami, membro del Consiglio dei Guardiani, ha definito i manifestanti “soldati e maggiordomi di Israele e degli Stati Uniti”, sostenendo che “gli ipocriti armati dovrebbero essere messi a morte”. Dichiarazioni che contrastano apertamente con quanto affermato nei giorni scorsi da Trump, il quale aveva sostenuto che Teheran avrebbe sospeso le esecuzioni di centinaia di manifestanti. A smentire quella versione è intervenuto il procuratore di Teheran Ali Salehi, che ha definito le parole del presidente americano “sciocchezze inutili e infondate”. “Si faccia gli affari suoi”, ha dichiarato, precisando che la risposta della magistratura sarà “decisa, deterrente e rapida” e confermando che numerosi fascicoli legati alle proteste sono già stati trasmessi ai tribunali. Salehi ha inoltre negato qualsiasi stop alle esecuzioni. Sullo sfondo della crisi, ieri l’ex principe ereditario Reza Pahlavi ha annunciato l’intenzione di tornare a Teheran, presentandosi come figura di riferimento dell’opposizione in esilio. Un annuncio dal forte valore simbolico, che al momento non ha trovato riscontri operativi sul terreno.

Gli Usa avvertono

Sul piano internazionale, la tensione è salita ulteriormente dopo un messaggio diffuso ieri sull’account X in lingua farsi del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti: “Tutte le opzioni restano sul tavolo. Se il regime della Repubblica Islamica attaccasse le risorse americane, si troverebbe ad affrontare una forza molto, molto potente. Non scherzate con il presidente Trump”. Secondo Washington, Teheran starebbe valutando opzioni per colpire basi statunitensi nella regione, mentre gli Stati Uniti preparano il rafforzamento della propria presenza militare in Medio Oriente. Parallelamente, Teheran ha respinto le minacce di nuove sanzioni del G7, accusando i Paesi occidentali di “interferenza negli affari interni” e ribadendo che la Repubblica islamica “difenderà la propria sovranità da qualsiasi aggressione straniera”. Mosca e Pechino, pur evitando prese di posizione dirette nelle ultime ore, continuano a chiedere ufficialmente “de-escalation” e a criticare qualsiasi ipotesi di intervento occidentale, mantenendo una linea di sostegno politico a Teheran.

Repressione e blackout

Sul terreno, la repressione continua. Media dell’opposizione riferiscono che le forze di sicurezza stanno sequestrando le schede di memoria delle telecamere di sorveglianza di abitazioni e attività commerciali per identificare i manifestanti. Posti di blocco e controlli sui telefoni cellulari sarebbero stati istituiti in diverse città, con arresti per chi possiede immagini delle proteste. Secondo organizzazioni per i diritti umani, il numero degli arresti sarebbe nell’ordine delle migliaia, ma le cifre restano difficili da verificare a causa del blackout informativo imposto dalle autorità. A confermare il clima di violenza è anche la testimonianza raccolta dall’AFP di Kiarash, 44 anni, appena rientrato in Germania: “È stato il momento più drammatico della mia vita. Ho visto con i miei occhi tre persone crollare contemporaneamente. Il sangue ha ricoperto la strada”. “Niente tornerà normale”, ha aggiunto, parlando di “migliaia di cadaveri” e di una città trasformata. Secondo l’ONG Iran Human Rights, il blackout di Internet in vigore dall’8 gennaio serve a nascondere la reale portata della repressione, che avrebbe causato almeno 3.428 morti. L’organizzazione NetBlocks ha segnalato ieri una lieve ripresa della connettività dopo oltre 200 ore, ma limitata a circa il 2% dei livelli normali. Parallelamente, l’ONG Filterwatch denuncia un piano per rendere permanente il controllo della rete, trasformando l’accesso a Internet in un “privilegio governativo”. Nonostante il quadro di tensione, la televisione di Stato ha annunciato la riapertura delle scuole a Teheran. Intanto, proteste contro il regime iraniano si sono svolte ieri a Sydney, Auckland e Seul, mentre a Londra una manifestazione davanti all’ambasciata iraniana è degenerata in scontri con la polizia, con feriti e arresti.

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