Nel mondo delle piattaforme streaming e delle serie tv sono avvenuti diversi cambiamenti rispetto al 2013, anno in cui Netflix propose tutta d’un fiato la prima stagione autoprodotta di “House of Cards”. Nei successivi anni in molti seguirono le orme del colosso americano con la messa in onda di tutti gli episodi di una stagione in una sola volta, ma le cose oggi stanno cambiando e Netflix sembrerebbe rimasta l’unica a seguire ancora questa programmazione, fatta qualche eccezione come per “Squid Game” o per le ultime due stagioni di “Stranger Things”. Le altre piattaforme si sono avvicinate a un modello di distribuzione che richiama le programmazioni seriali in onda sulle emittenti televisive, proponendo un episodio a settimana.
La saturazione del mercato
Per comprendere meglio le motivazioni di questa trasformazione ci siamo rivolti al professore Giandomenico Celata, docente di Management dei network televisivi e delle piattaforme digitali all’Università Roma Tre, che ci ha spiegato come alla base delle scelte delle piattaforme ci sia una saturazione del mercato oltre al quale non è più possibile andare. Da qui la necessità di trovare nuovi modi per mantenere alto l’interesse dei propri abbonati, giacché “il tempo di visione – spiega il professore – è legato e limitato. Da cosa? Dal numero di Paesi e di popolazione coperti, dal numero di persone che segue le piattaforme e infine dal tempo stesso di visione”.
Se prima, quindi, era necessario produrre di più per attirare nuovi clienti, oggi che il mercato ha raggiunto il suo limite massimo di capienza, non solo di prodotti audiovisivi, ma anche di piattaforme (Netflix, Prime Video, Disney+, Apple Tv, HBO Max, Now Tv, Viki, Crunchyroll, Paramount+, solo per citarne alcune), conta di più riuscire a mantenere le quote di mercato raggiunte, creando contenuti più redditizi e di alta qualità oltre a nuove strategie di distribuzione, senza perdere troppo denaro.
Pubblicità, manifestazioni sportive e programmi televisivi
Proprio per questo con gli anni le piattaforme, da semplice libreria di prodotti di terzi, hanno iniziato a produrre in proprio opere audiovisive, fino addirittura arrivare a trasmettere programmi televisivi e manifestazioni sportive. A Natale, per esempio, Netflix ha reso disponibili alcune partite della lega NFL di football americano. “Siamo arrivati al tetto di cristallo, che le piattaforme non possono rompere – chiarisce il professor Celata – e questo spiega perché hanno inserito la pubblicità e perché stanno inserendo prodotti televisivi e sportivi. La grande crescita è ormai bloccata”.
Quindi, non potendo contare più di tanto su nuovi abbonati, le piattaforme hanno ripiegato sulla pubblicità, prima inesistente, sul divieto di condividere l’account con amici e parenti e sulla maggiorazione dei prezzi degli abbonamenti che, se da un lato ha contribuito ad aumentare l’introito delle aziende, dall’altro ha riportato in auge la pirateria digitale.
Questa ricerca spasmodica di soluzioni affonda le radici nel livello di investimento in netta decrescita, una diminuzione dovuta a “la grande esplosione che le piattaforme hanno avuto durante il Covid e che ha portato a investimenti molto forti, perché le entrate erano crescenti. Ora le entrate si sono stabilizzate e, quindi, si stanno ricercando altre forme di guadagno e di prodotti per arricchire la propria offerta”.
La trasformazione dell’esperienza di visione
Questo cambiamento di strategie, però, deriva anche da un cambio nella fruizione delle piattaforme streaming e dei prodotti seriali da parte dell’utenza globale. Una trasformazione che spinge a una promozione diversificata delle nuove proposte, per cui diventano un “grande evento” tutte quelle opere che secondo le piattaforme hanno del potenziale, mentre si sponsorizzano le novità attraverso i social per coinvolgere un pubblico più ampio e variegato.
La necessità di attirare l’attenzione di più persone possibili ha portato le piattaforme a specializzarsi in prodotti “glocal”, ovvero opere che si concentrano sulla dimensione locale e la contempo anche su quella globale, come nel caso de “La Casa di Carta”, “Squid Game”, “Alice in Borderland” e tutte quelle produzioni sudcoreane, turche, spagnole, italiane, giapponesi che spopolano sulle piattaforme. Ad orientare le scelte, secondo l’esperto, concorrono anche i diversi canali di distribuzione, dalle smart TV ai telefonini, che forniscono alle piattaforme la possibilità di capire come si sta muovendo il suo pubblico.
È un addio al binge watching?
E’ ovvio che tutto questo abbia influito sulla programmazione delle serie tv. Se prima si puntava sul binge watching, ora le piattaforme, come dicevamo, sono tornate al rilascio settimanale del singolo episodio, perché questa risulta essere al momento la strategia vincente in termini economici e di diffusione di un prodotto. Quando una serie è disponibile tutta in una volta l’interesse e le discussioni intorno a essa si spengono in fretta, tranne rari casi, mentre prolungando il periodo di uscita degli episodi il dibattito tra le persone resta vivo più a lungo, soprattutto, online, come dimostrato da “The Summer I turned Pretty”, serie tv Prime Video che ha riscosso un successo straordinario e di cui si è parlato a lungo negli ultimi anni.
E ora sembrerebbe che sia arrivata a questa conclusione, perlomeno per le serie più attese e di maggior successo, anche Netflix, che con l’ultima stagione di “Stranger Things” ha distribuito gli episodi in una maniera mai vista prima, ovvero pubblicandoli nell’arco di un mese e in concomitanza di diverse festività come il Ringraziamento, Natale e Capodanno. Forse questa sarà l’occasione per tornare a gustare un prodotto seriale senza velocizzare i tempi e senza incappare costantemente negli spoiler, rischio elevatissimo quando gli episodi escono tutti insieme.
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