Alla vigilia del nuovo anno il Medio Oriente e l’area che va dal Golfo Persico al Corno d’Africa restano attraversati da tensioni crescenti, tra scenari di escalation militare, crisi umanitarie sempre più gravi e fratture diplomatiche che coinvolgono alleati e rivali di Israele. Ieri il confronto si è concentrato su tre assi principali: l’Iran, Gaza e il riconoscimento israeliano del Somaliland, una mossa che ha allargato lo scontro geopolitico fino all’Africa orientale. Secondo Axios, durante l’incontro di lunedì a Mar-a-Lago il primo ministro Benjamin Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump hanno discusso anche della possibilità di un nuovo attacco contro l’Iran nel 2026. I due leader considerano la guerra di dodici giorni del giugno scorso un successo strategico, ma Netanyahu ha ribadito che potrebbero essere necessari ulteriori interventi per impedire a Teheran di ricostruire le proprie capacità nucleari e missilistiche. Trump ha avvertito che gli Stati Uniti distruggerebbero nuovamente il programma nucleare iraniano se venisse ripristinato, pur ribadendo di preferire una soluzione diplomatica. Non è stato però definito alcun calendario né una soglia chiara che possa far scattare un nuovo via libera militare. Sul fronte iraniano, intanto, la tensione interna è aumentata. Le proteste per il caro vita e il crollo del rial si sono estese da Teheran ad altre grandi città, con i primi arresti segnalati all’Università di Teheran. Le autorità hanno avvertito che risponderanno con fermezza a qualsiasi tentativo di “strumentalizzare” le manifestazioni per destabilizzare il Paese. In questo contesto ha fatto discutere l’appello diretto del Mossad agli iraniani, pubblicato in lingua farsi, a proseguire le proteste, un messaggio che Teheran considera una grave ingerenza.
Gaza, scontro sulle Ong
Sul dossier palestinese, il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha ribadito che la tregua a Gaza deve entrare nella sua seconda fase e che l’Italia è pronta a fare la sua parte, sottolineando la necessità di arrivare a uno Stato palestinese accanto a Israele. Una posizione che si inserisce in un contesto sempre più fragile, in cui diplomazia, sicurezza e crisi umanitaria restano strettamente intrecciate all’inizio del nuovo anno. Intanto a Gaza, la crisi umanitaria resta drammatica. Israele ha confermato che 37 organizzazioni non governative rischiano di perdere la licenza operativa se non forniranno i nomi dei dipendenti palestinesi, una decisione che ha suscitato una dura reazione internazionale. L’Unione europea, per voce della commissaria Hadja Lahbib, ha chiesto di rimuovere ogni ostacolo all’accesso degli aiuti, mentre l’Alto commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha definito “oltraggiosa” la sospensione delle attività umanitarie. Anche l’Autorità nazionale palestinese ha denunciato una violazione del diritto internazionale. In questo quadro, l’Unicef ha segnalato nuove vittime tra i bambini a causa delle rigide condizioni invernali nei campi per sfollati, sottolineando il rischio di un ulteriore peggioramento della situazione senza un afflusso massiccio di aiuti e carburante.
Stop commissione 7 ottobre
Sul piano politico interno israeliano, l’Alta Corte di Giustizia ha inferto un colpo al governo Netanyahu ordinando lo stop ai lavori della commissione d’inchiesta sui fatti del 7 ottobre, giudicata da opposizione e familiari delle vittime come politicizzata e priva di imparzialità. La Corte ha vietato interrogatori e pubblicazione di conclusioni, riaffermando che il governo non può indagare su se stesso.
Il Corno d’Africa nuovo fronte geopolitico
La tensione si è estesa anche al Corno d’Africa dopo il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, primo Paese al mondo a compiere questo passo. La decisione ha provocato la dura reazione della Somalia e della Turchia. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha definito il riconoscimento “illegittimo e inaccettabile”, accusando Tel Aviv di voler minare l’influenza di Ankara nella regione. Il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud ha parlato di una mossa “strana e inaspettata”, evocando ipotesi di una futura presenza militare israeliana e di un possibile reinsediamento di palestinesi, scenari smentiti dalle autorità del Somaliland ma che alimentano le tensioni regionali.



