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Il paradosso dell’esodo dai territori forti

Giovani in fuga: il Nord Italia perde cervelli e capitale umano
sabato, 30 Agosto 2025
1 minuto di lettura

Non è più solo il Mezzogiorno a svuotarsi: la nuova emigrazione giovanile colpisce con forza crescente le regioni più avanzate del Paese. Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Trentino-Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, un tempo attrattive, sono oggi le aree da cui si parte di più. E non è un’emigrazione qualunque: oltre la metà dei giovani che se ne vanno da questi territori è laureata.

Nel periodo 2011-2024, l’Italia ha perso oltre 619mila giovani tra i 18 e i 34 anni, con un saldo netto negativo di 433mila. Solo nel 2024, il saldo è stato di oltre 55mila unità, quintuplicando i livelli del 2011. Un’emorragia silenziosa, aggravata da un’anagrafe che non tiene il passo con la realtà: molti expat mantengono la residenza italiana, mascherando un fenomeno ancora più ampio.

La motivazione? Una somma di fattori: stipendi bassi, prospettive incerte, ambienti lavorativi poco stimolanti e scarsa valorizzazione delle competenze. A un anno dalla laurea, un giovane italiano guadagna in media 1.393 euro netti al mese, contro i 2.174 euro dei coetanei all’estero (fonte: AlmaLaurea). Ma più del reddito, a pesare è la sensazione diffusa di essere poco ascoltati e mal impiegati.

La mappa del disagio e la sfida per il futuro

L’indagine condotta dalla Fondazione Nord Est parla chiaro: il 64% dei giovani expat del Nord Italia si dice felice e ottimista sul proprio futuro, contro appena il 33% di chi è rimasto. Solo il 22% dei residenti percepisce un elevato benessere, contro il 56% tra chi ha lasciato il Paese.

Chi parte, lo fa non solo per necessità (28%), ma anche per scelta consapevole (23%): in cerca di ambienti meritocratici, formazione continua, rispetto delle competenze e coerenza con i propri valori. L’Italia, nel frattempo, forma talenti che altre nazioni sanno accogliere meglio, spesso anche grazie a incentivi fiscali e politiche di attrazione. In assenza di un coordinamento europeo, si rischia una polarizzazione competitiva: le economie più forti attraggono risorse, mentre quelle in difficoltà si svuotano.

L’Italia ha ancora tempo per agire, ma deve farlo ora. La fuga dei giovani non è solo un problema demografico: è una questione strutturale di coesione, produttività e giustizia sociale. E soprattutto, è una sfida per il diritto delle nuove generazioni a costruire un futuro dignitoso, qui.

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