Piccoli passi in avanti per l’occupazione ma con lavori precari. “Come percentuale di nuovi assunti ci si avvicina al dato del corrispondente mese pre-pandemia di due anni fa”, calcola la Uil. C’è un aspetto negativo, si tratta di contratti a termine dove vincono precarietà e incertezze.
Crolla il posto fisso
“Siamo però in presenza”, spiega Ivana Veronese, esponente nazionale della Uil, “di un recupero che, per quanto auspicato, deve essere fonte di una forte riflessione politica sul versante qualitativo: abbiamo circa 3,2 milioni di occupati dipendenti a termine con un trend in forte crescita mese su mese, a tutto danno della stabilità lavorativa che si mostra, viceversa, in calo”.
Peso sulle nuove generazioni
Per la Uil il rischio che la caduta del posto fisso vada ad incidere sulle nuove generazioni che non avranno stabilità lavorativa è in futuro contributiva. “Riscontriamo una positiva e costante discesa, da qualche mese, del tasso di disoccupazione complessivo e di quello giovanile”, fa presente Veronese, “Quest’ultimo, con il suo 24,2% è il più basso negli ultimi tre anni, ma c’è da chiedersi quanto abbia pesato e pesa per le giovani generazioni il passaggio dallo status di disoccupato a quello di occupato precario e temporaneo”.
Occupazione femminile bassa
“Dobbiamo inoltre evidenziare che, anche a fronte di un incremento dell’occupazione femminile, il gap occupazionale resta fortemente alto”, osserva l’esponente della Uil, “con un differenziale di tasso di occupazione a favore dei colleghi uomini di 18,3 punti percentuali e, sempre in termini quantitativi, con una platea di donne inattive che è circa il doppio di quella maschile”.
Instabilità e precarietà
Per la Uilm non è più tollerabile, per il bene delle lavoratrici e dei lavoratori, pensare ad un mercato del lavoro che si prefigga la crescita degli occupati sulla base di un ipotetico “va bene qualunque lavoro purché si lavori”, “poiché ciò determinerebbe una continua instabilità e precarietà del sistema e di chi vi opera.
Qualità del lavoro
“Riteniamo, quindi, dirimente ragionare in termini di selezione delle forme di ingresso nel mercato del lavoro”, conclude Ivana Veronese, “puntando su quelle che assicurano stabilità occupazionale, formazione, diritti e tutele. Insomma, occorre puntare sulla qualità del lavoro”.