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La guerra degli algoritmi: le Big Tech sfidano la California, l’Europa difende le sue regole

lunedì, 9 Novembre 2026
3 minuti di lettura

La libertà di espressione può proteggere anche i meccanismi progettati per trattenere un adolescente davanti allo schermo? La domanda è arrivata nei tribunali americani, ma la risposta riguarda direttamente l’Europa. Google, Meta e TikTok hanno avviato azioni giudiziarie contro la California per fermare una legge che limita le funzionalità più coinvolgenti dei social per gli under 16. Al centro non c’è soltanto la sicurezza online. C’è il potere di decidere come vengono selezionate le informazioni, quanto a lungo restano davanti ai nostri occhi e chi trae profitto da quell’attenzione.

La California e lo scudo del Primo Emendamento

I ricorsi, riferiti da Reuters il 5 novembre, contestano l’Assembly Bill 1709, approvato il 10 settembre e destinato a entrare in vigore il primo gennaio 2027. La legge vieta alle piattaforme interessate di offrire ai minori di sedici anni funzionalità definite «addictive», tra cui feed personalizzati e riproduzione automatica, e impone misure di verifica dell’età. È una distinzione decisiva, perché delimita l’oggetto stesso dello scontro costituzionale. Le aziende invocano il Primo Emendamento, sostenendo che selezionare, ordinare e raccomandare contenuti costituisca una scelta editoriale protetta. Lo Stato sostiene invece la necessità di prevenire rischi per i minori. Resta aperto anche il problema della verifica dell’età, che deve essere efficace senza trasformarsi in una raccolta sproporzionata di dati personali. È qui che la questione diventa più delicata. Una cosa è scegliere quali informazioni rendere visibili, altra è progettare un servizio che favorisca una fruizione potenzialmente compulsiva. Ma la distinzione, per quanto rilevante, non elimina la necessità di verificare la proporzionalità degli interventi pubblici. La tutela dei minori non autorizza scorciatoie giuridiche. Eppure, il tempo della giustizia è anche un fattore economico: sospensioni e controversie prolungate possono incidere sull’effettiva applicazione delle regole. La posta in gioco supera la California. Modificare i sistemi che massimizzano il coinvolgimento significa intervenire sugli incentivi di un mercato nel quale l’attenzione alimenta profilazione, pubblicità e ricavi.

Bruxelles porta gli algoritmi sotto esame

Il confronto europeo ha assunto, nelle stesse ore, una concretezza particolare. Il 6 novembre la Commissione europea ha comunicato nuove conclusioni preliminari nei confronti di TikTok: il sistema di raccomandazione «For You» potrebbe violare il Digital Services Act per il cosiddetto effetto «rabbit hole», la spirale di video simili che può esporre ripetutamente gli utenti a contenuti su tristezza, isolamento e immagine corporea. Secondo Bruxelles, la società non avrebbe valutato adeguatamente tali rischi né adottato misure sufficientemente efficaci per mitigarli. TikTok respinge le contestazioni. Non si tratta di una decisione definitiva e il diritto di difesa resta pienamente garantito. Il punto è preciso: l’algoritmo utilizza segnali di coinvolgimento, come il tempo di visione e le interazioni, per proporre nuovi contenuti. La Commissione ritiene che le misure oggi disponibili per interrompere queste sequenze non siano sufficienti e prospetta modifiche al funzionamento del feed, dando maggiore peso alle preferenze espresse dagli utenti. È un intervento che guarda alla struttura della raccomandazione, non soltanto alla rimozione di singoli contenuti. La base giuridica è il regolamento europeo 2022/2065. L’articolo 28 rafforza la protezione dei minori; gli articoli 34 e 35 impongono alle piattaforme di dimensioni molto grandi di valutare e mitigare i rischi sistemici, compresi quelli per il benessere fisico e mentale. Il DSA non vieta in generale i feed personalizzati. Pretende che i rischi siano individuati, documentati e affrontati con misure proporzionate, sottoposte al controllo delle autorità e, se necessario, dei giudici.

La sovranità digitale alla prova dei fatti

Le due vicende mostrano strade giuridiche differenti davanti allo stesso problema industriale. Negli Stati Uniti il confronto investe direttamente i limiti costituzionali dell’intervento pubblico. Nell’Unione europea si concentra sugli obblighi di diligenza, sulla trasparenza dei sistemi e sulla capacità delle autorità di verificare la gestione dei rischi. Nessuno dei due ordinamenti può sottrarsi al bilanciamento tra libertà di espressione, iniziativa economica e protezione dei soggetti vulnerabili. Poche imprese transnazionali amministrano oggi infrastrutture decisive per l’accesso all’informazione. La loro forza non risiede soltanto nei contenuti ospitati, ma nella possibilità di stabilire quali messaggi acquistino visibilità, quali restino marginali e per quanto tempo catturino l’attenzione. Per l’Europa, la sovranità digitale non consiste nel moltiplicare divieti: significa dimostrare che regole comuni possono essere applicate con competenza tecnica, prove verificabili e pieno rispetto delle garanzie procedurali. Il banco di prova non sarà il numero delle norme approvate né quello dei ricorsi presentati. Sarà la capacità di impedire che la protezione dei minori resti una dichiarazione di principio, senza trasformare la regolazione in censura o in ostacolo indiscriminato all’innovazione. Dalla California a Bruxelles la domanda è ormai la stessa: chi governa i meccanismi che governano la nostra attenzione? Da questa risposta dipende una parte decisiva della capacità delle democrazie di governare l’economia digitale.

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