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Iran, Trump prende tempo ma non esclude nuovi raid. Teheran prepara la risposta

martedì, 3 Novembre 2026
2 minuti di lettura

La diplomazia resta formalmente aperta, ma il rischio di una nuova escalation militare tra Stati Uniti e Iran continua a crescere. Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno discusso sabato della possibilità di riprendere le operazioni militari contro Teheran. Secondo quanto riferito da Axios, citando fonti informate, il premier israeliano avrebbe sollecitato il presidente americano a colpire l’Iran subito dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre.

La prudenza di Trump

Trump, tuttavia, non sembra intenzionato a concedere immediatamente il via libera. Dopo il colloquio con Netanyahu, ha ribadito che Teheran manifesta interesse per un accordo: “Non abbiamo fretta”. Una prudenza che non equivale a una rinuncia all’opzione militare. Il presidente americano ha infatti richiamato la necessità di occuparsi ancora di uno o due siti, indicando in particolare Pickaxe Mountain, struttura sotterranea legata al programma nucleare iraniano.

Le dichiarazioni pronunciate durante un comizio in Iowa confermano l’ambivalenza della posizione americana. “L’unico motivo per cui non ho ancora chiuso i conti con l’Iran è che voglio essere gentile”, ha affermato Trump, aggiungendo di voler evitare altre vittime, ma avvertendo che “a un certo punto dovremo colpire duramente”.

La reazione di Teheran

Da Teheran arriva una risposta che lascia poco spazio alle interpretazioni. La Guida Suprema Ali Khamenei ha messo in guardia Washington contro la ripresa delle ostilità, impartendo, secondo le informazioni diffuse, disposizioni per una reazione immediata e senza limitazioni geografiche a qualsiasi minaccia nemica. Un messaggio rivolto non soltanto agli Stati Uniti, ma anche ai Paesi del Golfo che ospitano infrastrutture militari americane.

Sul piano diplomatico, l’Iran sostiene di aver presentato a Washington un piano articolato in sette punti. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato che le posizioni delle due parti sono state scambiate e che la proposta iraniana rimane sul tavolo. “Le nostre richieste sono state espresse chiaramente e ora la prossima mossa spetta agli Stati Uniti”, ha precisato. Teheran ha inoltre prospettato la possibilità di riaprire lo Stretto di Hormuz entro due giorni, subordinandola all’accoglimento delle proprie condizioni da parte americana.

Il nodo strategico di Hormuz

È proprio Hormuz a rappresentare uno dei principali punti di pressione strategica. La sua chiusura o anche soltanto una limitazione prolungata del traffico marittimo avrebbe conseguenze dirette sui mercati energetici e sulle economie importatrici. La partita iraniana, dunque, supera la dimensione del confronto nucleare e investe la sicurezza delle rotte commerciali e gli equilibri regionali.

Intanto, la Russia ha definito “molto preoccupanti” i segnali di una possibile ripresa delle operazioni militari, chiedendo un’intensificazione degli sforzi diplomatici. Anche il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha auspicato che prevalga il negoziato, richiamando la necessità di ripristinare la libertà di navigazione a Hormuz.

Il quadro regionale rimane particolarmente instabile. In Yemen, gli Houthi hanno denunciato attacchi sauditi contro un porto sul Mar Rosso e un impianto petrolifero nella provincia di Hodeidah, con sette feriti. A Gaza, nuovi raid israeliani hanno provocato vittime civili, tra cui un bambino, secondo le autorità sanitarie locali. La tregua continua così a mostrare tutta la propria fragilità.

La questione centrale, per Washington, è il rapporto tra obiettivi strategici e costi di una nuova guerra. Netanyahu sembra puntare a impedire che l’Iran ricostituisca le proprie capacità nucleari e militari. Trump, invece, deve valutare le conseguenze di un nuovo intervento in un quadrante nel quale un attacco potrebbe innescare una risposta estesa, coinvolgendo basi americane, alleati regionali e infrastrutture energetiche.

Il negoziato resta quindi una possibilità concreta, ma anche uno strumento di pressione reciproca. Le elezioni americane rappresentano una scadenza politica ravvicinata, non necessariamente quella di una decisione militare. La distanza tra diplomazia e guerra, tuttavia, si assottiglia: mentre le parti continuano a scambiarsi proposte, preparano le condizioni per un nuovo confronto armato. È in questa sovrapposizione tra negoziato e minaccia militare che si misura tutta la precarietà dell’attuale equilibrio.

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