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Claudia Conte: «Non intendo abituarmi all’odio. Dobbiamo proteggere i più giovani dalla violenza delle parole»

sabato, 31 Ottobre 2026
5 minuti di lettura

Dagli attacchi sui social alla decisione di intraprendere azioni legali. La giornalista e scrittrice racconta la propria esperienza e, nel ruolo di Portavoce nazionale di Uguali per i Figli ETS, richiama l’attenzione sulle conseguenze dell’odio digitale per bambini e adolescenti e sulla responsabilità educativa degli adulti.

1. Dopo il reportage “La voce di Israele” sei stata bersaglio di insulti, minacce e attacchi personali. Hai deciso di reagire legalmente. Che cosa ti ha spinta a non lasciar correre?

Ho sempre considerato il confronto, anche quello più duro, una componente fondamentale della democrazia. Chi svolge il mio lavoro deve saper accettare le critiche, anche quando sono severe. Ma c’è una differenza enorme tra contestare un’opinione e aggredire una persona.

In questi mesi ho ricevuto attacchi molto pesanti, insulti sessisti e persino auguri di morte. A un certo punto ho sentito il dovere di reagire, non soltanto per difendere la mia dignità, ma anche per affermare un principio: l’esposizione pubblica non può significare la rinuncia ai propri diritti.

Per questo mi sono affidata agli studi T-Legal Brigida Vocalelli & Partners di Roma e Luca Guffetti di Milano. Non cerco di sottrarmi al confronto. Chiedo semplicemente che il confronto resti tale, senza trasformarsi in un’aggressione.

2. La libertà di espressione è uno dei principi che difendi nel tuo lavoro. Come si può contrastare l’odio senza comprimere il diritto al dissenso?

È una distinzione essenziale. Non vorrei mai una società nella quale le persone abbiano paura di esprimere opinioni diverse. Il pluralismo è una ricchezza e il dissenso è indispensabile.

Ma la libertà di espressione non può diventare un alibi per la violenza verbale, le intimidazioni o le minacce. Oggi assistiamo troppo spesso a una personalizzazione dello scontro: non si discute più ciò che una persona afferma, si cerca di umiliarla o delegittimarla.

Credo che dobbiamo recuperare il valore della parola come strumento di dialogo, non di sopraffazione. Possiamo pensarla diversamente senza diventare nemici. E soprattutto dobbiamo ricordare che dietro ogni profilo social esiste una persona reale.

3. Hai raccontato di aver ricevuto insulti sessisti anche da parte di altre donne. Quanto ti ha ferita questa mancanza di solidarietà?

È stato uno degli aspetti più dolorosi. Mi ha colpita constatare che il linguaggio sessista possa essere utilizzato anche da donne nei confronti di altre donne, magari semplicemente perché non ne condividono le opinioni.

La solidarietà femminile non dovrebbe essere condizionata dalle appartenenze politiche o dalle convinzioni personali. La dignità di una donna merita rispetto sempre, anche quando quella donna sostiene posizioni che non condividiamo.

Non possiamo rivendicare una cultura del rispetto e poi accettare che il linguaggio della discriminazione venga utilizzato contro qualcuno che consideriamo distante da noi. Sarebbe una contraddizione profonda.

4. Hai annunciato che gli eventuali risarcimenti ottenuti saranno destinati all’associazione La Memoria Viva, con cui hai partecipato a missioni umanitarie in Ucraina. Perché hai voluto collegare questa battaglia a un gesto di solidarietà?

Perché non voglio che un’esperienza negativa si esaurisca nella sofferenza o nella contrapposizione.

Durante le missioni umanitarie in Ucraina ho conosciuto bambini segnati dalla guerra, dalla perdita degli affetti e da esperienze traumatiche. Sono incontri che cambiano il modo di guardare la realtà e ridimensionano molte cose.

Ho pensato che, se da questa vicenda dovessero derivare dei risarcimenti, sarebbe importante destinarli a una causa concreta, attraverso La Memoria Viva. Vorrei che qualcosa nato dall’odio potesse trasformarsi in un gesto di cura.

Credo che la solidarietà sia anche questo: scegliere di non restare prigionieri di ciò che si è subito, ma provare a generare qualcosa di positivo per gli altri.

5. La tua esperienza riguarda una persona adulta, che ha strumenti professionali e legali per difendersi. Ma che cosa accade quando a subire umiliazioni, esclusione e aggressioni sui social sono bambini e adolescenti?

È proprio questo l’aspetto che mi preoccupa maggiormente. Un adulto può avere una maggiore capacità di riconoscere un’aggressione, chiedere aiuto e attivare strumenti di tutela. Un bambino o un adolescente, invece, può non possedere ancora le risorse emotive e relazionali necessarie per affrontare una situazione simile.

Un insulto ripetuto in una chat, una fotografia diffusa per umiliare, un gruppo che prende di mira un compagno possono avere conseguenze profonde sulla serenità, sull’autostima e sulle relazioni di un ragazzo.

Per molti giovani la dimensione digitale non è separata dalla vita quotidiana: è parte integrante delle amicizie, della scuola e della costruzione della propria identità.

Non possiamo chiedere loro di essere forti e basta. Dobbiamo costruire attorno a loro ambienti nei quali possano sentirsi ascoltati, protetti e liberi di chiedere aiuto, senza vergogna e senza paura.

6. Sei Portavoce nazionale di Uguali per i Figli ETS, una realtà impegnata nella tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Quale legame esiste tra la missione dell’associazione e il contrasto all’odio digitale?

Il legame è molto più profondo di quanto possa sembrare.

Uguali per i Figli ETS pone al centro il bambino come persona, con la propria dignità, i propri diritti, le proprie fragilità e le proprie potenzialità. La nostra attenzione non si limita a una singola condizione familiare o a una specifica forma di disagio: riguarda l’intero percorso di crescita dei minori e la qualità degli ambienti nei quali vivono.

La famiglia, la scuola, le relazioni sociali, lo sport e oggi inevitabilmente anche gli spazi digitali contribuiscono alla formazione dell’identità e al benessere di bambini e adolescenti.

Contrastare l’odio in rete significa quindi occuparsi di tutela dell’infanzia, prevenzione della violenza, educazione alle relazioni e benessere emotivo.

È anche per questo che considero importante il mio ruolo di Portavoce nazionale. Vorrei contribuire a portare nel dibattito pubblico una visione della tutela dei minori che non si limiti a intervenire quando un problema è già esploso, ma sappia promuovere ascolto, responsabilità e prevenzione.

I bambini non devono soltanto essere difesi dai pericoli: devono essere accompagnati a crescere in contesti capaci di riconoscere e valorizzare la loro dignità.

7. Quali responsabilità dovrebbero assumersi famiglie, scuole, istituzioni e piattaforme digitali? E quale contributo può offrire Uguali per i Figli ETS?

Nessuno può pensare di affrontare da solo un fenomeno così complesso.

Le famiglie devono essere aiutate a comprendere il mondo digitale frequentato dai propri figli. Le scuole hanno un ruolo fondamentale nell’educazione al rispetto, all’empatia e alla gestione dei conflitti. Le piattaforme devono assumersi responsabilità concrete per la sicurezza degli utenti, soprattutto dei più giovani. Le istituzioni devono garantire strumenti di prevenzione e tutela efficaci.

Ma è necessario anche un lavoro culturale.

Uguali per i Figli ETS promuove una visione fondata sulla comunità educante: una rete di adulti, professionisti, istituzioni e realtà sociali che condividono la responsabilità di accompagnare la crescita delle nuove generazioni.

In questa prospettiva, educazione digitale, prevenzione del cyberbullismo, ascolto dei minori e sostegno alle competenze relazionali rappresentano ambiti nei quali sviluppare sensibilizzazione, confronto e collaborazione con scuole, famiglie e territori.

Dobbiamo insegnare ai ragazzi a riconoscere la violenza, ma anche a non riprodurla. Perché la vera prevenzione comincia quando il rispetto diventa un comportamento quotidiano, non soltanto una parola da pronunciare nelle occasioni ufficiali.

8. Dopo questa esperienza, quale messaggio vorresti lasciare a chi subisce odio online e, soprattutto, alle nuove generazioni che osservano il comportamento degli adulti?

Vorrei dire a chi subisce aggressioni di non considerarle normali e di non vergognarsi di chiedere aiuto. Quando ci troviamo davanti a minacce, umiliazioni o comportamenti potenzialmente illeciti, è importante conservare le prove e rivolgersi a persone e professionisti in grado di offrire sostegno.

Ma vorrei rivolgermi anche agli adulti.

I bambini imparano moltissimo osservando come ci comportiamo, come discutiamo, come reagiamo a chi non la pensa come noi. Se siamo i primi a utilizzare parole violente, a deridere o ad aggredire chi è diverso, non possiamo poi pretendere che i più giovani sviluppino spontaneamente una cultura del rispetto.

Questa esperienza mi ha rafforzata nella convinzione che la responsabilità delle parole sia una questione educativa, prima ancora che tecnologica.

Continuerò a difendere il mio diritto di esprimermi e a portare avanti il mio impegno civile, anche attraverso Uguali per i Figli ETS, perché credo che tutelare i bambini significhi anche impegnarsi per il tipo di società che consegneremo loro.

Non dobbiamo avere paura delle opinioni diverse. Dobbiamo avere il coraggio di confrontarci senza ferirci.

La libertà di parola è un diritto. Il rispetto della dignità altrui è una responsabilità. E insegnarlo ai più giovani è un dovere che riguarda tutti noi.

Redazione

Redazione

“La Discussione” è una testata giornalistica italiana fondata nel 1953 da Alcide De Gasperi, uno dei padri fondatori dell’Italia moderna e leader di spicco nella storia politica del nostro paese.

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