0

Iran, Usa e Israele preparano nuovi attacchi dopo le midterm. Teheran minaccia le basi americane

venerdì, 23 Ottobre 2026
2 minuti di lettura

Stati Uniti e Israele stanno elaborando piani operativi per riprendere gli attacchi contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato americane, previste il 3 novembre. Lo riferisce il New York Times, citando funzionari statunitensi e fonti informate sulla pianificazione militare. L’ipotesi allo studio è quella di una campagna «breve ma intensa», diretta contro infrastrutture energetiche, impianti nucleari e arsenali di missili e droni della Repubblica islamica.

Al momento, tuttavia, non risulta che Donald Trump abbia autorizzato una nuova offensiva. Il presidente americano ha lasciato intendere che una svolta potrebbe arrivare a breve, senza escludere una ripresa delle ostilità. «Non credo che stiamo negoziando con l’Iran. In un modo o nell’altro, qualcosa accadrà molto presto», ha dichiarato ai giornalisti, osservando che molti si aspettano sviluppi dopo le elezioni di midterm.

Secondo il quotidiano americano, le forze armate dei due Paesi hanno intensificato le esercitazioni in preparazione di un eventuale intervento. Aerei militari avrebbero sorvolato l’Iraq simulando manovre d’attacco. Anche il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha incontrato il premier israeliano Benjamin Netanyahu per discutere delle possibili opzioni militari.

L’obiettivo di una nuova campagna sarebbe aumentare la pressione su Teheran, colpendo le capacità strategiche e le risorse economiche del Paese per indurlo a concessioni. Restano però aperti gli interrogativi sull’efficacia dell’operazione e sui rischi di una nuova escalation regionale. Una precedente fase di bombardamenti israelo-americani, condotta tra febbraio e aprile, aveva contribuito a destabilizzare i mercati energetici e ridotto le scorte statunitensi di intercettori.

Hormuz, i Pasdaran minacciano gli Stati Uniti

Sul terreno, la tensione si concentra sullo Stretto di Hormuz, snodo essenziale per il commercio mondiale di petrolio. I Guardiani della rivoluzione iraniani hanno avvertito Washington che l’eventuale prosecuzione delle scorte militari alle navi in transito potrebbe provocare l’estensione del conflitto alle basi statunitensi nella regione.

«Se questa tendenza continuerà, il conflitto si estenderà alle sue basi nella regione», hanno dichiarato i Pasdaran, definendo il messaggio un avvertimento diretto all’esercito americano.

Nella notte, secondo quanto riferito dalle stesse Guardie rivoluzionarie e riportato da Al Jazeera, quattro navi impegnate in operazioni di trasferimento di petrolio da nave a nave nel Golfo sono state colpite e hanno preso fuoco. Altre tre imbarcazioni sarebbero state coinvolte in incidenti con mine a ovest dello Stretto di Hormuz. Le circostanze degli episodi richiedono ulteriori verifiche indipendenti.

La crisi marittima ha già ripercussioni sui mercati. Il Brent è salito a circa 112 dollari al barile, mentre il Wti ha raggiunto i 99 dollari. Le tensioni militari e l’incertezza sulle prospettive diplomatiche alimentano i timori di nuove interruzioni delle forniture, con possibili conseguenze sui prezzi dell’energia e sull’inflazione.

Washington tra pressione militare e calcolo politico

La tempistica di un’eventuale offensiva introduce anche una variabile politica. Le elezioni del 3 novembre rappresentano un passaggio delicato per l’amministrazione Trump, impegnata a difendere la maggioranza repubblicana al Congresso. Una nuova guerra potrebbe rafforzare la pressione su Teheran, ma comporterebbe anche costi militari, economici e diplomatici.

Le dichiarazioni critiche di Peter Thiel, investitore tecnologico e sostenitore del presidente, evidenziano inoltre le perplessità presenti nell’area conservatrice. «Sono scettico, penso che non avremmo dovuto farlo», ha affermato a proposito della guerra contro l’Iran, mettendo in dubbio la capacità americana di sostenere il conflitto e di preservare il proprio potere d’influenza internazionale.

Intanto, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha auspicato una soluzione pacifica e il ripristino della libertà di navigazione nelle principali rotte commerciali della regione. La diplomazia resta dunque formalmente in campo, ma la preparazione di nuove operazioni militari e le minacce iraniane indicano che lo spazio per una de-escalation si sta restringendo.

La questione centrale non riguarda soltanto la possibilità di nuovi raid, ma il loro esito strategico: colpire nuovamente l’Iran senza innescare una guerra regionale più ampia, capace di coinvolgere le basi americane, compromettere il traffico energetico e imporre nuovi costi a Washington e ai suoi alleati.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo modulo raccoglie il tuo nome, la tua email e il tuo messaggio in modo da permetterci di tenere traccia dei commenti sul nostro sito. Per inviare il tuo commento, accetta il trattamento dei dati personali mettendo una spunta nel apposito checkbox sotto:

Potrebbero interessarti

“Volo Roma – Teheran”, uno spettacolo racconta la violenza sulle donne

Quanti sono i volti della violenza? Nella giornata di oggi…

“Torna l’antisemitismo, ma l’Italia non lo tollererà. Non negare ad un altro popolo il diritto ad uno Stato”

Ha richiamato l’attenzione sulla pericolosità delle ideologie legate alla superiorità…