Sono almeno 153 le persone uccise nell’attacco con droni che ha colpito il mercato di Amiet, a nord della città di Abyei, nella regione contesa tra Sudan e Sud Sudan. Lo ha riferito Yohana Akol Ngor, ministro dell’informazione ad interim dell’amministrazione locale, precisando che il bilancio, salito da 73 a 153, è destinato ad aumentare. «L’incendio è ancora in corso. Quindi le operazioni di recupero dei corpi sono tuttora in corso. La situazione è terribile», ha detto Ngor, aggiungendo che alcuni corpi sono stati completamente carbonizzati. Un testimone oculare ha raccontato di aver udito cinque forti esplosioni: «La gente ha iniziato a evacuare i feriti. Avevano ferite da schegge allo stomaco e alle gambe. In un punto ho visto 28 corpi carbonizzati». Secondo le autorità, circa 8.000 persone sono state sfollate. Medici Senza Frontiere (MSF) ha dichiarato di star curando oltre 20 feriti, alcuni con ustioni, presso il vicino ospedale Ameth Bek.
Il nodo delle responsabilità
L’esercito sudanese ha rivendicato l’attacco. Un alto ufficiale militare, parlando a condizione di anonimato, ha dichiarato all’Associated Press che l’obiettivo erano le autocisterne di carburante provenienti dal Sud Sudan, destinate alle Forze di Supporto Rapido (RSF). Ha aggiunto che le vittime erano membri delle RSF e contrabbandieri, e che l’attacco è avvenuto al di fuori della zona demilitarizzata. «Non prendiamo di mira i civili», ha detto. Una versione che l’AP non è stata in grado di verificare in modo indipendente. Fonti diplomatiche e operatori umanitari hanno invece riferito a Reuters che il raid ha colpito un deposito di carburante nel mercato, utilizzato in passato dalle RSF per rifornire le proprie forze. Il Sud Sudan ha convocato l’ambasciatore sudanese per protesta, esortando Khartum a «astenersi da qualsiasi azione che metta in pericolo la vita e le proprietà dei civili».
Abyei e la tecnologia della guerra
Abyei è una regione ricca di petrolio, amministrata congiuntamente da Sudan e Sud Sudan, che ne rivendicano entrambi la sovranità. Il suo status è rimasto irrisolto dopo l’accordo di pace del 2005 e l’indipendenza del Sud Sudan nel 2011. La popolazione Ngok Dinka, maggioranza nella regione, è favorevole all’annessione a Juba, mentre i nomadi Misseriya, che utilizzano i suoi pascoli, guardano a Khartum. Ma Abyei non è solo una disputa territoriale: è diventata un nodo strategico per la logistica delle RSF, in particolare per il carburante. Quella in Sudan è ormai una guerra di droni. Velivoli senza conducente hanno colpito mercati, snodi del trasporto, aeroporti, dighe e campi profughi. Secondo alcune fonti, le RSF avrebbero acquisito droni strategici da aziende cinesi tramite gli Emirati Arabi Uniti. Le Forze armate sudanesi, d’altro canto, hanno ampliato le operazioni con droni di fabbricazione turca e tecnologia iraniana. Il vantaggio operativo non si traduce necessariamente in vittoria: poiché entrambe le parti possono colpire a distanza, ciascuna conserva capacità di interdizione anche quando perde terreno. Ne deriva uno stallo armato più resistente, meno dipendente dalla conquista territoriale e più dalla continuità dei rifornimenti esterni.
L’ultima chiamata
Al di là del loro impatto immediato, i droni hanno cambiato il modo in cui entrambe le parti conducono la guerra. Il loro utilizzo per attaccare infrastrutture come la diga di Merowe e le centrali elettriche regionali ha trasformato i servizi essenziali in obiettivi. Secondo la Missione internazionale indipendente delle Nazioni Unite, oltre un migliaio di civili sono stati uccisi da attacchi con droni tra gennaio e maggio 2026. «Restiamo allarmati dai continui attacchi dei droni in tutto il Sudan», ha dichiarato il portavoce Onu Stéphane Dujarric. La guerra ha già costretto 14 milioni di persone ad abbandonare le proprie case, di cui circa 9 milioni sfollate all’interno del Paese e oltre 4,3 milioni fuggite in Stati confinanti come Ciad, Egitto e Sud Sudan.
Il nodo per l’Europa e per l’Italia
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la questione non è periferica. Il Sudan è un nodo cruciale per gli equilibri del Mediterraneo allargato e per la sicurezza delle rotte che collegano l’Africa al Vecchio Continente. L’instabilità nel Paese e le sue ramificazioni regionali, dal Sahel al Mar Rosso, si ripercuotono direttamente sugli interessi strategici europei, sulla pressione migratoria e sulla sicurezza energetica. Roma guarda al Corno d’Africa con un’attenzione storica, ma la sua capacità di incidere è limitata se l’azione resta confinata a iniziative nazionali. L’Unione europea ha gli strumenti per fare la differenza, ma deve ritrovare una posizione comune: sostenere i corridoi umanitari, rafforzare l’embargo sulle armi, spingere per una mediazione credibile. La partita sudanese è anche una partita europea. Sostenere che in Sudan è in atto una «guerra di droni» non significa ridurre il conflitto alla tecnologia, ma riconoscere che la sua durata e la sua economia dipendono da capacità aeree importate dall’estero. Senza un’applicazione più rigorosa dell’embargo sulle armi, i droni continueranno ad affluire nel Paese. Ma la giustizia resterà lontana senza un maggiore impegno diplomatico. Corridoi umanitari, cessate il fuoco temporanei o zone di interdizione al volo negoziate a livello locale potrebbero salvare vite umane, ma ciò richiede volontà politica. Mentre i cieli del Sudan si riempiono di macchine di morte, il costo umano continua ad aumentare e il silenzio del mondo si fa sempre più pesante.





