La Cina ha inflitto tre condanne a morte ai membri di una potente organizzazione criminale accusata di aver gestito un vasto sistema di centri per truffe informatiche attivi nella regione di Kokang, nel nord del Myanmar. La sentenza rappresenta uno dei più severi interventi adottati da Pechino nella crescente campagna contro un fenomeno che negli ultimi anni ha assunto dimensioni internazionali.
Le attività criminali del clan Wei
Secondo quanto riferito dalle autorità giudiziarie, il gruppo era coinvolto in una lunga serie di attività illegali che andavano ben oltre le frodi telematiche. Le accuse comprendono traffico di droga, gestione di casinò clandestini, sfruttamento della prostituzione, omicidi e sofisticate truffe online rivolte principalmente a cittadini cinesi. Tra i condannati figura Wei Huairen, considerato uno dei leader dell’organizzazione nota come «clan Wei». Insieme ad altri due esponenti di vertice è stato riconosciuto colpevole di diversi reati gravi, compreso l’omicidio.
Altri membri del gruppo hanno ricevuto l’ergastolo, mentre decine di imputati sono stati condannati a pene detentive comprese tra pochi anni e oltre vent’anni di carcere. Gli investigatori sostengono che l’organizzazione abbia accumulato profitti superiori a 12 miliardi di yuan, una cifra che evidenzia la portata economica delle attività criminali sviluppate lungo il confine tra Myanmar e Cina. La zona di Kokang, caratterizzata da un controllo statale limitato e da una situazione politica instabile, è diventata nel tempo uno dei principali centri delle frodi online dell’Asia.
Il fenomeno degli scam center
Le autorità cinesi descrivono il clan come una delle organizzazioni più influenti e violente dell’area. Nel corso delle indagini sarebbero stati individuati numerosi complessi destinati alle truffe telematiche, all’interno dei quali migliaia di persone venivano reclutate con false promesse di impiego ben retribuito. In molti casi, una volta giunte sul posto, le vittime si trovavano impossibilitate a lasciare le strutture e costrette a partecipare alle attività fraudolente. Il caso conferma la crescente preoccupazione internazionale per l’espansione dei cosiddetti «scam center», strutture organizzate che operano come vere e proprie industrie della frode digitale.





