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Medio Oriente, la guerra si allarga: raid sauditi sugli Houthi e tensione con l’Iran

domenica, 11 Ottobre 2026
2 minuti di lettura

La guerra in Medio Oriente si estende lungo un arco strategico che dal Golfo Persico raggiunge lo Yemen e il Mar Rosso. Mentre Washington valuta nuove opzioni militari contro Teheran, la coalizione a guida saudita che sostiene il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale ha annunciato un’operazione su vasta scala contro i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran. Secondo quanto riferito dalla coalizione, sono stati distrutti oltre cento obiettivi militari.

L’offensiva si inserisce in una fase di crescente instabilità regionale, nella quale i fronti non sono più separabili. Gli attacchi Houthi contro l’Arabia Saudita e le operazioni iraniane nello Stretto di Hormuz mostrano come la pressione militare possa investire simultaneamente le infrastrutture, il traffico commerciale e le rotte energetiche.

Trump: «L’Iran è messo davvero male»

Donald Trump ha ostentato fiducia sull’esito della guerra contro la Repubblica islamica. Lasciando la Casa Bianca, il presidente statunitense ha dichiarato che il Paese «sta cadendo miseramente», sostenendo che le forze armate iraniane siano state sconfitte e che Teheran non disponga più di una Marina e di un’aviazione operative. Trump ha inoltre citato un’inflazione del 300%, descrivendo un’economia in grave difficoltà.

Le dichiarazioni esprimono la valutazione della Casa Bianca, ma il quadro militare resta più complesso. Secondo funzionari occidentali citati da Bloomberg, l’Iran avrebbe conservato parte delle capacità industriali necessarie alla produzione di missili e droni, oltre a scorte di missili balistici e sistemi antinave. Le stesse fonti sostengono che Mosca starebbe fornendo munizioni a Teheran, circostanza sulla quale il ministero della Difesa russo non ha rilasciato commenti.

La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha respinto questa ricostruzione, rivendicando i risultati delle operazioni militari statunitensi contro le infrastrutture iraniane. La distanza tra le dichiarazioni americane e le valutazioni attribuite agli ambienti occidentali evidenzia un punto essenziale: danneggiare gravemente le capacità militari di un avversario non equivale necessariamente ad annullarne la capacità di reagire.

Hormuz e Bab el-Mandeb, i due passaggi strategici

La pressione militare coinvolge anche le principali vie marittime della regione. La Marina dei Guardiani della rivoluzione iraniani ha rivendicato il colpo contro la nave gassiera NV Sunshine, sostenendo che l’attacco abbia provocato un incendio nella sala macchine e nel sistema di propulsione. L’episodio, secondo la versione diffusa dall’agenzia iraniana Tasnim, sarebbe avvenuto mentre l’imbarcazione attraversava un tratto a sud dello Stretto di Hormuz.

Sul versante meridionale della penisola arabica, gli Houthi hanno rivendicato attacchi contro l’aeroporto internazionale King Khalid di Riad. Secondo le informazioni diffuse, gli attacchi avrebbero provocato tre morti e diversi feriti tra i residenti stranieri. La coalizione saudita ha risposto intensificando le operazioni nello Yemen. I media vicini ai ribelli hanno inoltre riferito di raid aerei nell’area di Bab el-Mandeb e nel governatorato di Amran.

Hormuz e Bab el-Mandeb costituiscono due snodi fondamentali per i traffici energetici e commerciali internazionali. La loro contemporanea esposizione alla crisi moltiplica gli effetti del conflitto: anche senza un blocco prolungato, la minaccia alle navi può aumentare i costi assicurativi, modificare le rotte e alimentare la volatilità dei prezzi.

Una guerra regionale, non più circoscritta

Il Pentagono, secondo il New York Times, avrebbe elaborato diverse opzioni per una campagna di attacchi contro l’arsenale iraniano di droni e missili, gli impianti energetici e altri obiettivi militari. Le ipotesi comprenderebbero operazioni della durata di tre giorni, mentre Trump ha escluso un attacco prima delle elezioni di metà mandato, secondo quanto riportato dal quotidiano.

Parallelamente, il presidente russo Vladimir Putin ha trasmesso a Trump, d’intesa con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, la posizione di Teheran su una possibile soluzione del conflitto. Un canale diplomatico resta dunque aperto, ma procede mentre aumentano le pressioni militari.

La questione centrale non è soltanto la capacità degli Stati Uniti di colpire l’Iran, bensì la possibilità di trasformare la superiorità militare in un risultato politico stabile. Teheran può subire perdite rilevanti e conservare strumenti di risposta indiretta attraverso missili, droni e alleati regionali. Per Washington e Riad, il rischio è che l’indebolimento dell’avversario non coincida con la pacificazione dell’area.

La guerra si gioca così su due piani: la distruzione delle capacità militari e il controllo dei passaggi strategici. Finché entrambi resteranno contesi, anche una netta superiorità convenzionale non garantirà la fine delle ostilità.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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