A poche settimane dalle elezioni per la 26ª Knesset, la Corte Suprema israeliana è intervenuta su uno dei temi più delicati della campagna elettorale: i limiti della partecipazione politica e il diritto di candidarsi anche per figure e movimenti fortemente contestati.
Con una decisione destinata ad alimentare il dibattito pubblico, i giudici hanno annullato le esclusioni decise in precedenza dal Comitato Centrale Elettorale, consentendo al deputato Ofer Cassif, al partito arabo Ra’am e alla Joint List di partecipare alle elezioni.
Il caso più controverso riguardava Cassif, parlamentare della sinistra radicale accusato dai suoi oppositori di aver negato il carattere ebraico e democratico dello Stato di Israele e di aver espresso posizioni considerate favorevoli a organizzazioni ostili al Paese. La Corte ha chiarito di considerare molte delle sue dichiarazioni profondamente offensive e inaccettabili, arrivando a definirle “ripugnanti”. Tuttavia, la maggioranza dei giudici ha ritenuto che le prove presentate non raggiungessero la soglia prevista dalla giurisprudenza per arrivare all’esclusione di un candidato.
La decisione evidenzia ancora una volta l’approccio restrittivo adottato dalla magistratura israeliana quando si tratta di limitare la competizione democratica. Secondo i giudici, la semplice presenza di affermazioni controverse o provocatorie non è sufficiente a giustificare l’estromissione dalle elezioni se non viene dimostrato in modo chiaro e sostanziale il superamento dei limiti fissati dalla legge.
Analoga conclusione è stata raggiunta per Ra’am e la Joint List. La Corte ha stabilito all’unanimità che il materiale raccolto contro le due formazioni non fosse sufficiente a privarle del diritto di concorrere alle elezioni, ribadendo come l’esclusione di un’intera lista rappresenti una misura eccezionale da applicare soltanto in circostanze estreme.
Diverso l’esito per Sami Abu Shehadeh, leader di Balad e candidato della Joint List. Durante l’udienza i giudici hanno lasciato intendere che la sua esclusione sarebbe stata probabilmente confermata, giudicando alcune sue dichiarazioni particolarmente gravi. Di fronte a questo scenario, Abu Shehadeh ha scelto di ritirare spontaneamente la propria candidatura, evitando una pronuncia definitiva della Corte sul suo caso.





