È da questa prospettiva che prende avvio il libro: oltre settecento pagine nate grazie all’apertura degli archivi dell’Opera, un patrimonio di appunti, corrispondenze e ricordi rimasti finora in gran parte inesplorati. Il risultato è una ricostruzione ampia e articolata che non segue soltanto la traiettoria di un’istituzione ecclesiale, ma entra nelle vite delle persone che ne hanno incrociato il cammino. Un mosaico umano, prima ancora che organizzativo.
Il volume, edito da Ares, ha già fatto tappa in una ventina di città italiane e prosegue il suo tour con l’obiettivo di raccontare la storia e il carisma dell’Opus Dei a quasi un secolo dalla sua fondazione. Il prossimo appuntamento è fissato per il 16 ottobre a Bologna, presso il Conservatorio di musica “Giovan Battista Martini”, alla presenza del cardinale Matteo Zuppi, dello storico Agostino Giovagnoli e della pediatra neonatologa Chiara Locatelli.
Tra le pieghe del volume emerge anche una figura quasi romanzesca, che ha incuriosito i lettori più attenti: proprio Juan Jiménez Vargas. La sua vicenda può essere letta anche come una delle storie minori, per così dire, che aiutano a comprendere meglio una delle realtà più innovative della Chiesa del Novecento. Sono vicende personali che, accanto alla grande storia dell’istituzione, permettono di coglierne gli inizi, le dinamiche e il clima umano. E sono storie che oggi, per la prima volta, è possibile ricostruire attraverso una ricerca inedita negli archivi dell’Opera, grazie a documenti, lettere e testimonianze rimasti finora in gran parte inesplorati.
Nato a Madrid nel 1913 e studente di medicina, Jiménez Vargas incontrò Escrivá nel 1932. Un incontro destinato a cambiare il corso della sua vita. L’anno successivo, il 4 gennaio 1933, entrò nell’Opus Dei come numerario.
Le testimonianze lo descrivono con tratti netti: carattere forte, senso del dovere inflessibile, severissimo con se stesso. Un uomo capace di decisioni rapide e di grande lealtà. Fu tra i primi collaboratori di Escrivá e uno dei pionieri delle attività formative dell’Opera rivolte ai ragazzi, quelle che oggi vengono indicate con il nome di “San Raffaele”.
Poi arrivò la tempesta della Guerra civile spagnola. Furono anni drammatici, segnati da una violenta persecuzione religiosa che costrinse molti sacerdoti a nascondersi. Anche Escrivá dovette fuggire e cambiare rifugio più volte per evitare l’arresto.
Ed è proprio in quei mesi che la figura di Jiménez Vargas emerge con forza dai documenti d’archivio. Fu lui a organizzare nascondigli, spostamenti e protezioni: un uomo disposto a rischiare la vita per salvare quella del fondatore. In uno degli episodi più sorprendenti raccontati nel libro, riuscì persino a farlo ospitare in una clinica psichiatrica privata: un rifugio insospettabile e relativamente sicuro, ma con una condizione paradossale. Escrivá doveva fingere di essere malato di mente davanti al personale sanitario e restare isolato dai suoi figli spirituali.
Tra lettere e appunti emerge anche un dettaglio poco noto. In quegli anni difficili, Escrivá avrebbe pensato, almeno per un periodo, che proprio Jiménez Vargas potesse diventare il suo successore alla guida dell’Opera. Un’ipotesi che, con il passare del tempo, sarebbe però sfumata.
Negli anni successivi, il fondatore si affidò sempre di più ad Álvaro del Portillo, che alla sua morte sarebbe diventato effettivamente il primo successore alla guida dell’Opus Dei. Jiménez Vargas rimase una figura importante, ma diversa: energica, talvolta spigolosa, con interessi che andavano oltre l’ambito strettamente ecclesiale.
Sono dettagli che restituiscono il clima dei primi anni dell’Opus Dei, quando tutto era ancora fragile, improvvisato, sperimentale. Un periodo in cui ruoli, responsabilità e prospettive non erano ancora definiti e
nel quale, accanto alla figura del fondatore, emergevano uomini destinati a lasciare tracce molto diverse nella storia dell’Opera.



