Dopo un anno e mezzo di guerre e crisi interne, l’Iran vive un soffocamento sociale che non risparmia nessuno. A denunciarlo è Narges Mohammadi, 54 anni, premio Nobel per la Pace 2023 e simbolo della lotta per i diritti umani. In un’intervista rilasciata all’Associated Press, la dissidente ha raccontato un Paese piegato da miseria economica e repressione politica, dove “non c’è più spazio per respirare”.
Mohammadi, temporaneamente rilasciata per motivi medici dopo aver perso conoscenza in carcere, ha descritto un clima di paura e resistenza, in cui la popolazione paga “un prezzo estremamente alto”. La sua autobiografia, A Woman Never Stops Fighting, scritta dietro le sbarre e fatta uscire clandestinamente grazie alle compagne di prigionia, sarà pubblicata questo mese in undici lingue, mentre le edizioni inglese e farsi usciranno nel 2027, in coincidenza con l’anniversario della morte di Mahsa Amini.
La resistenza della nuova generazione
Mohammadi lega la nuova ondata di consapevolezza proprio alle proteste del 2022, nate dopo la morte della giovane arrestata per aver violato il codice islamico sul velo. “Se vai per strada, vedi una marea di resistenza, una generazione che conosce i propri diritti e non ha paura”, ha detto. “E questo ci dà speranza.” La speranza, però, convive con la brutalità.
Mohammadi ha raccontato di essere stata picchiata durante l’arresto a Mashhad, mentre partecipava a una commemorazione per l’avvocato Khosrow Alikordi, trovato morto nel suo studio. Condannata a 7 anni e mezzo per quel discorso pubblico, accumula oggi pene che superano i 16 anni e più di 100 frustate. “La mia detenzione è stata davvero pericolosa per la vita”, ha spiegato. “Mi hanno colpito alla testa, e nonostante le ferite mi hanno tenuta due mesi in isolamento.”
Un Paese al bivio
La sua voce, fragile ma ferma, attraversa le barriere della censura e racconta un Paese in cui la guerra esterna e la repressione interna si fondono in un’unica oppressione. “Siamo all’incrocio tra ingiustizia, discriminazione e autoritarismo”, ha scritto, ricordando il bombardamento del carcere di Evin durante il conflitto con Israele nel 2025. Mohammadi, separata dal marito e dai figli in esilio in Francia, sa che potrebbe essere richiamata in prigione in qualsiasi momento. Ma continua a parlare, a scrivere, a resistere. Perché, come recita il titolo del suo libro, una donna non smette mai di lottare.





