Ismaïl Omar Guelleh è stato rieletto presidente di Gibuti per il suo sesto mandato consecutivo, prolungando una leadership che dura dal 1999 e confermando il suo controllo quasi assoluto sul piccolo Stato del Corno d’Africa. La Commissione elettorale ha annunciato la vittoria con una percentuale schiacciante, in un voto che gli osservatori internazionali hanno definito “privo di reale competizione”.
L’unico sfidante, Mohamed Farah Samatar, leader del Centro Democratico Unificato, non è riuscito a mobilitare consenso significativo, lasciando a Guelleh campo libero in una campagna dominata dal suo partito, il Raggruppamento Popolare per il Progresso.
La rielezione è stata resa possibile da una recente modifica costituzionale che ha abolito il limite di età di 75 anni per i candidati alla presidenza, permettendo al capo di Stato, oggi settantottenne, di ricandidarsi nonostante avesse annunciato il ritiro.
Il Parlamento, controllato dalla maggioranza presidenziale, ha giustificato la riforma come necessaria per “garantire stabilità” in una regione segnata da conflitti e instabilità politica. Guelleh, noto con l’acronimo IOG, ha trasformato Gibuti in un hub strategico per le potenze mondiali: sul suo territorio si trovano basi militari di Stati Uniti, Francia, Cina, Giappone e Italia.
Questa posizione privilegiata gli ha assicurato un flusso costante di risorse e influenza diplomatica, ma anche critiche per la crescente dipendenza economica da interessi esterni e per le limitazioni alla libertà di stampa e di opposizione.
Nonostante le accuse di autoritarismo e le proteste isolate di gruppi per i diritti umani, il presidente ha celebrato la vittoria come “una conferma della fiducia del popolo e della continuità necessaria per lo sviluppo”. Gli analisti, tuttavia, vedono nella rielezione di Guelleh il segno di un sistema politico ormai impermeabile al ricambio, dove la stabilità si confonde con la stagnazione e la democrazia resta più promessa che realtà.





