Le proteste contro l’aumento dei prezzi del carburante stanno paralizzando l’Irlanda e si stanno rapidamente estendendo alla Norvegia, trasformando un malcontento locale in un’ondata di contestazione che mette sotto pressione due governi già alle prese con inflazione e tensioni sociali.
In Irlanda, le manifestazioni sono esplose dopo l’ennesimo rialzo delle accise, con blocchi stradali, rallentamenti nelle principali arterie e presidi davanti ai depositi di carburante. Gli autotrasportatori, tra i più colpiti, denunciano costi ormai insostenibili e chiedono interventi immediati per evitare il collasso del settore.
Il governo irlandese ha invitato alla calma, promettendo un pacchetto di misure per attenuare l’impatto dei rincari, ma molti manifestanti accusano l’esecutivo di muoversi troppo lentamente.
Le associazioni dei consumatori parlano di famiglie costrette a scegliere tra spostamenti essenziali e altre spese quotidiane, mentre gli agricoltori temono un effetto domino sui prezzi alimentari. La protesta ha trovato eco in Norvegia, dove gruppi di cittadini e lavoratori del settore logistico hanno organizzato sit‑in e cortei spontanei nelle principali città, da Oslo a Bergen.
Nonostante il Paese sia uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo, i prezzi alla pompa hanno raggiunto livelli record, alimentati dalla volatilità dei mercati energetici e dalle politiche ambientali più restrittive introdotte negli ultimi anni.
I manifestanti norvegesi accusano il governo di aver scaricato sui consumatori il costo della transizione verde senza offrire alternative realistiche.
Gli analisti avvertono che la simultaneità delle proteste in due Paesi con economie e sistemi energetici molto diversi indica un problema più ampio: la crescente fragilità del mercato europeo dei carburanti, esposto a tensioni geopolitiche, oscillazioni della domanda e investimenti insufficienti nelle infrastrutture.





