La Corte suprema dell’eSwatini, ex Swaziland, ha stabilito che i cittadini statunitensi espulsi dal Paese africano hanno diritto ad accedere all’assistenza legale, una decisione che potrebbe ridefinire il modo in cui il governo gestisce i casi di deportazione e le controversie legate all’immigrazione.
La sentenza arriva dopo settimane di tensioni diplomatiche, in seguito all’allontanamento di un gruppo di cittadini americani accusati di aver violato le norme sui permessi di soggiorno.
Secondo quanto riportato dai media locali, i ricorrenti avevano denunciato di essere stati espulsi senza la possibilità di consultare un avvocato o contestare formalmente le accuse. La Corte ha riconosciuto che, pur trattandosi di cittadini stranieri, il diritto alla difesa rientra nelle garanzie fondamentali previste dalla Costituzione dell’eSwatini e non può essere negato nemmeno in procedimenti amministrativi accelerati.
La decisione rappresenta un richiamo diretto alle autorità, accusate da organizzazioni per i diritti umani di applicare procedure opache e di ricorrere a espulsioni immediate senza adeguata supervisione giudiziaria.
Il governo ha replicato sostenendo che le misure adottate erano necessarie per tutelare la sicurezza nazionale, ma ha dichiarato di “rispettare pienamente” la pronuncia della Corte e di essere pronto a riesaminare i casi contestati.
L’ambasciata degli Stati Uniti ha accolto con favore la sentenza, definendola “un passo importante verso la trasparenza e il rispetto dello stato di diritto”. Tuttavia, gli analisti avvertono che la vicenda potrebbe avere ripercussioni più ampie sulle relazioni bilaterali, in un momento in cui Washington sta intensificando il monitoraggio delle condizioni dei cittadini americani all’estero.
La Corte ha ora ordinato che i ricorrenti possano presentare appello con il supporto di legali indipendenti, aprendo la strada a un riesame delle espulsioni.





