L’intensificarsi delle ostilità in Libano continua a colpire in modo drammatico la popolazione civile, con conseguenze particolarmente gravi per i bambini. A denunciarlo è l’Unicef, che parla di una situazione “devastante e disumana”.
Secondo le informazioni disponibili, l’altro ieri, nel giro di pochi minuti, violenti bombardamenti aerei israeliani hanno provocato la morte di 33 bambini e il ferimento di altri 153. L’attacco è avvenuto proprio mentre nel Paese si era diffusa una fragile speranza legata a un possibile accordo di cessate il fuoco regionale.
L’episodio rappresenta solo l’ultimo capitolo di una crisi in rapido deterioramento. Dal 2 marzo, infatti, il bilancio complessivo ha raggiunto cifre allarmanti: circa 600 bambini risultano uccisi o feriti. Intere comunità sono state rase al suolo, lasciando famiglie senza casa e senza mezzi di sostentamento.
Sul campo
Le testimonianze raccolte parlano di bambini estratti vivi dalle macerie, mentre altri risultano ancora dispersi o separati dai familiari. Molti dei sopravvissuti affrontano traumi profondi, segnati dalla perdita dei propri cari e dalla distruzione delle loro abitazioni.
La crisi degli sfollati ha assunto proporzioni enormi. In tutto il Libano, oltre un milione di persone sono state costrette a lasciare le proprie case, tra cui circa 390.000 bambini. Per molti di loro si tratta di spostamenti ripetuti: alcuni sono stati costretti a fuggire due, tre o persino quattro volte, aggravando ulteriormente il loro stato di vulnerabilità.
L’Unicef richiama con forza il rispetto del diritto internazionale umanitario, che impone la protezione dei civili in ogni circostanza. In particolare, viene denunciato l’uso di armi esplosive ad ampio raggio in aree densamente popolate, considerate una minaccia diretta e mortale per i più piccoli.
Cure
Nel frattempo l’organizzazione è impegnata sul terreno, soprattutto a Beirut, dove fornisce cure ai bambini feriti attraverso il programma Acwa (Assistenza e cura per i bambini colpiti dalla guerra).
Gli interventi includono assistenza medica, distribuzione di beni essenziali nei centri di accoglienza e supporto alle strutture sanitarie pubbliche, mentre unità mobili raggiungono le famiglie sfollate con cure urgenti.





