Ennesima tragedia in mare con numerosi dispersi. I pochi sopravvissuti, sono stati trasferiti nell’hotspot di Lampedusa, e si trovano tutti in stato di choc. Dopo lo sbarco sono stati sottoposti ai primi controlli medici, rifocillati e assistiti dal personale sanitario e dalle autorità presenti sull’isola. Al momento vengono lasciati riposare, mentre nelle prossime ore saranno ascoltati per ricostruire con precisione quanto accaduto durante la traversata.
I Paesi di origine
Secondo le prime informazioni raccolte, i migranti provenivano da Pakistan, Bangladesh ed Egitto. Il gruppo era partito nella notte tra venerdì e sabato da una località nei pressi di Tripoli, a bordo di un barcone di legno lungo circa 12-15 metri.
Il naufragio e i soccorsi
Le condizioni del mare, particolarmente mosso, avrebbero provocato infiltrazioni d’acqua nello scafo, fino a causarne il ribaltamento dopo circa 15 ore di viaggio. Dopo il naufragio sarebbero trascorse diverse ore prima dell’arrivo dei soccorsi.
Alle 21.23 di sabato sera l’organizzazione non governativa Sea-Watch riferiva sui social di ritardi nei soccorsi. A testimonianza una fotografia scattata dall’aereo civile Sea-Bird, impegnato nelle operazioni di ricognizione. Ulteriori dettagli sull’accaduto sono stati diffusi anche dall’ong italiana Mediterranea.
Il drammatico racconto
“Siamo partiti in 110”, riferiscono alcuni dei migranti sopravvissuti al naufragio avvenuto il 4 aprile, nella zona Sar libica. I superstiti sono stati tratti in salvo da due navi mercantili, una italiana e una statunitense, e successivamente presi in carico dalla Guardia costiera italiana, che li ha condotti a Lampedusa.
Tra loro figura anche un minore non accompagnato. All’appello mancherebbero circa 80 persone, verosimilmente disperse in mare e ritenute morte. Ieri durante le ricerche sono stati recuperati soltanto due corpi senza vita.
Gli ultimi sbarchi
Sempre nella giornata di ieri, a Lampedusa erano già sbarcate altre 44 persone soccorse dalla nave Aurora della ong Sea-Watch. I migranti erano stati recuperati su una piattaforma abbandonata, la Didon, situata tra la Libia e la Tunisia.
L’ennesima tragedia nel Mediterraneo riaccende così i riflettori su una delle rotte migratorie più pericolose al mondo, dove anche poche ore di navigazione possono trasformarsi in una lotta per la sopravvivenza.





