Il caso che cambia prospettiva
La sentenza n. 1895 del 2026 del TAR Lazio segna un passaggio decisivo nel rapporto tra pubblica amministrazione e tecnologia. Il giudice amministrativo interviene su un concorso scolastico, ma il principio affermato ha portata generale: la digitalizzazione non può comprimere diritti e garanzie.
Il caso nasce dall’esclusione di un candidato che, pur in possesso dei requisiti, non aveva selezionato una specifica opzione nella domanda digitale. Un errore formale che l’amministrazione ha trasformato in una barriera sostanziale.
La sostanza contro il formalismo digitale
Il TAR ribalta l’impostazione burocratica: ciò che conta è la realtà dei requisiti, non la rigidità del sistema informatico. Se un candidato dimostra di possedere i titoli richiesti, questi devono essere valutati anche se inseriti in modo non perfetto. È una lezione chiara per una PA sempre più tentata dall’automatismo: l’algoritmo non può diventare un alibi per semplificare il lavoro degli uffici a scapito dei cittadini. La tecnologia deve servire l’amministrazione, non sostituirne il giudizio.
La “riserva di umanità” come principio politico
Il cuore della decisione è l’affermazione della cosiddetta “riserva di umanità”. Non si tratta di una formula suggestiva, ma di un principio giuridico destinato a incidere profondamente sull’azione pubblica. Anche in presenza di sistemi automatizzati, deve rimanere un controllo umano effettivo, capace di correggere errori e interpretare i dati. È un richiamo forte a una visione non tecnocratica dello Stato: l’uomo resta responsabile delle decisioni, non la macchina.
L’Europa traccia la rotta: l’AI Act
La pronuncia anticipa i contenuti del AI Act, pur non ancora pienamente applicabile. Il regolamento europeo classifica i sistemi di selezione del personale tra quelli ad alto rischio, imponendo obblighi stringenti, tra cui la supervisione umana.
Il TAR utilizza queste norme come bussola interpretativa, affermando un principio di “stand still”: le amministrazioni non possono adottare pratiche che contrastino con gli obiettivi europei, nemmeno prima della loro piena efficacia.
Efficienza sì, ma senza scorciatoie
Dal punto di vista della finanza pubblica, la digitalizzazione è spesso vista come strumento di risparmio e velocizzazione. Ma la sentenza ricorda che l’efficienza non può tradursi in deresponsabilizzazione. Un algoritmo che esclude automaticamente un candidato senza verifica umana non migliora il servizio: lo peggiora, aumentando il rischio di contenzioso e quindi i costi per lo Stato. La vera efficienza è quella che coniuga rapidità e giustizia.
Le implicazioni per la Pubblica Amministrazione
Le amministrazioni dovranno adeguarsi rapidamente. I sistemi automatizzati dovranno essere ripensati come strumenti di supporto, non decisionali. Serviranno procedure di controllo, personale formato e responsabilità chiare. In questa prospettiva si inserisce anche la legge nazionale sull’intelligenza artificiale, che ribadisce la centralità del decisore umano.
La decisione del TAR Lazio lancia un messaggio politico preciso: modernizzare lo Stato non significa affidarsi ciecamente agli algoritmi. Serve una cultura amministrativa capace di governare la tecnologia senza subirla. È una sfida che riguarda l’efficienza, ma anche la libertà. Perché uno Stato davvero moderno non rinuncia mai al controllo umano sulle decisioni che incidono sui diritti dei cittadini.





