Un’operazione sotto copertura condotta dalle autorità siriane e coordinata con l’intelligence di due Paesi mediorientali ha portato alla condanna di Firas al‑Assad, cugino del presidente Bashar al‑Assad, per possesso illegale di armi e traffico di stupefacenti.
La notizia, diffusa da fonti giudiziarie di Damasco, segna uno dei rari casi in cui un membro della potente famiglia al‑Assad viene formalmente incriminato, alimentando speculazioni su tensioni interne al regime. Secondo le ricostruzioni, l’indagine è partita da una serie di sequestri di armi leggere e carichi di anfetamine destinati al mercato libanese e giordano.
Gli investigatori avrebbero seguito per mesi una rete di intermediari legata a Firas, che operava attraverso società di copertura nel porto di Latakia. L’operazione si è conclusa con un blitz notturno, durante il quale sono stati rinvenuti fucili d’assalto, munizioni e oltre 200 chilogrammi di Captagon, la droga sintetica che negli ultimi anni ha alimentato un traffico multimilionario nella regione.
Il tribunale di Damasco ha condannato Firas al‑Assad a dodici anni di reclusione, con confisca dei beni e interdizione dai pubblici uffici. La sentenza, definita “esemplare” dai media statali, è stata interpretata da osservatori internazionali come un segnale di forza del regime, intenzionato a mostrare tolleranza zero verso la criminalità anche quando coinvolge membri della cerchia familiare.
Tuttavia, alcuni analisti ritengono che l’operazione possa avere anche un risvolto politico: un modo per consolidare il controllo di Bashar al‑Assad su un apparato di potere sempre più frammentato. La condanna di Firas arriva in un momento di crescente pressione internazionale sulla Siria, accusata di essere epicentro del traffico di Captagon verso il Golfo.





