0

Italia a crescita zero: nascite in calo, la tenuta è affidata agli stranieri

Secondo l’Istat la popolazione è stabile a 58,9 milioni, ma solo grazie ai flussi migratori. Fecondità ai minimi (1,14 figli per donna) e Paese sempre più anziano
mercoledì, 1 Aprile 2026
2 minuti di lettura

Bassa natalità, elevata longevità e crescente ruolo delle migrazioni. In estrema sintesi sono queste le tre grandi tendenze che sono venute fuori dagli ‘Indicatori demografici’ del 2025 dell’Istat. Una fotografia, quella scattata dall’istituto di statistica, che restituisce dunque un’Italia che non cresce più per via naturale e che affida sempre di più la propria tenuta demografica al contributo degli stranieri. Una trasformazione silenziosa ma profonda, destinata a incidere in modo significativo sul futuro economico, sociale e culturale del Paese.

Una ‘strana’ stabilità

Per far capire meglio l’andazzo, meglio far parlare i numeri: al 1° gennaio 2026 la popolazione residente è pari a 58,9 milioni, un numero sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente. Un dato che segna il ritorno alla crescita zero dopo anni di contrazione, ma che nasconde una dinamica interna sempre più sbilanciata. La stabilità complessiva è infatti il risultato di due movimenti opposti che si compensano quasi perfettamente. Da un lato la popolazione italiana continua a diminuire, dall’altro cresce quella straniera. I cittadini stranieri residenti raggiungono i 5,5 milioni, in aumento di circa 188 mila unità rispetto al 2025, mentre gli italiani scendono a poco più di 53 milioni, con una perdita pressoché equivalente. Un equilibrio che evidenzia come siano ormai le migrazioni a sostenere la tenuta demografica del Paese.

Il nodo centrale resta però quello della natalità, che continua a segnare nuovi minimi. Nel 2025 le nascite si fermano a 355 mila, circa 15 mila in meno rispetto all’anno precedente, con una flessione del 3,9%. Si tratta di un ulteriore passo in una tendenza negativa che dura da anni e che riflette un progressivo indebolimento della capacità riproduttiva del Paese.

Età fertile

A incidere non è soltanto la diminuzione della propensione ad avere figli, ma anche la riduzione del numero di donne in età fertile, conseguenza diretta delle basse nascite del passato. È un meccanismo che tende ad autoalimentarsi e che rende sempre più difficile invertire la rotta. Non a caso il numero medio di figli per donna scende a 1,14, in calo rispetto all’1,18 del 2024 e ben lontano dalla soglia di sostituzione generazionale. Il risultato è un saldo naturale sempre più negativo. I decessi nel 2025 sono 652 mila, sostanzialmente stabili, ma nettamente superiori alle nascite. Il deficit tra nati e morti raggiunge così circa 296 mila unità, confermando che il calo della popolazione italiana è ormai determinato principalmente dalla dinamica naturale.

A compensare questo squilibrio interviene la componente migratoria. Le immigrazioni dall’estero si attestano a circa 440 mila unità, mentre le emigrazioni si riducono a 144 mila, con una flessione significativa rispetto all’anno precedente. Il saldo migratorio resta quindi ampiamente positivo, pari a circa +296 mila unità, e riesce a bilanciare quasi completamente il deficit naturale.

Paese anziano

Il quadro che emerge è quello di un Paese sempre più anziano. Gli over 65 rappresentano ormai circa un quarto della popolazione, mentre cresce anche il numero degli ultra ottantacinquenni. Parallelamente si riduce il peso dei giovani e della popolazione in età attiva, con conseguenze rilevanti per il sistema economico e sociale, dal mercato del lavoro alla sostenibilità del sistema pensionistico. Anche la struttura delle famiglie cambia profondamente. Aumentano le famiglie unipersonali, che rappresentano oltre un terzo del totale, mentre diminuiscono le coppie con figli, storicamente il modello prevalente. Si tratta di trasformazioni che riflettono non solo i cambiamenti demografici, ma anche quelli sociali ed economici.

Sul piano territoriale la crescita della popolazione si concentra soprattutto nel Centro-Nord, mentre il Mezzogiorno continua a perdere residenti. Un divario che si inserisce in un quadro già segnato da squilibri economici e occupazionali e che contribuisce a ridisegnare la geografia demografica del Paese.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo modulo raccoglie il tuo nome, la tua email e il tuo messaggio in modo da permetterci di tenere traccia dei commenti sul nostro sito. Per inviare il tuo commento, accetta il trattamento dei dati personali mettendo una spunta nel apposito checkbox sotto:

Potrebbero interessarti

“Uguali per Costituzione”. Ma con tante difficoltà

Non spera e nemmeno auspica, Ernesto Maria Ruffini ha fede. Da servitore…

“Tassi, serve prudenza”: l’avviso della Banca d’Italia

“La politica monetaria deve essere bilanciata”. Sono state parole chiare…