L’Egitto ha imposto una serie di misure straordinarie per contenere il consumo di carburante, mentre il Paese affronta una crisi energetica aggravata dall’escalation in Medio Oriente. L’aumento vertiginoso dei prezzi globali di petrolio e gas, legato al conflitto con l’Iran e alle interruzioni nello Stretto di Hormuz, ha messo sotto pressione il bilancio nazionale e costretto il governo a intervenire con decisione. Le nuove disposizioni prevedono la chiusura anticipata di negozi, caffetterie e centri commerciali — alle 21 nei giorni feriali e alle 22 nei weekend — insieme alla riduzione dell’illuminazione pubblica e allo spegnimento dei cartelloni luminosi. Anche gli edifici governativi chiuderanno prima del solito, mentre si valuta l’introduzione del lavoro da remoto per uno o due giorni alla settimana, nel pubblico e nel privato.
L’obiettivo è ridurre il consumo di elettricità e carburante in un momento in cui le importazioni energetiche sono diventate tre volte più costose rispetto allo scorso anno. Il primo ministro Mostafa Madbouly ha definito “eccezionale” la pressione esercitata sul Paese dall’aumento dei prezzi internazionali, spiegando che il governo aveva inizialmente pianificato di mantenere stabili i costi del carburante per un anno intero. Ma la volatilità dei mercati, alimentata dagli attacchi iraniani alle navi commerciali e dalle tensioni regionali, ha reso inevitabile un intervento immediato. Il Cairo ha annunciato anche misure di protezione sociale per attenuare l’impatto dell’inflazione sulle famiglie più vulnerabili. La crisi energetica egiziana non è isolata: diversi Paesi stanno adottando strategie simili per contenere la domanda di carburante, dalle chiusure scolastiche in Pakistan ai limiti sull’aria condizionata in Thailandia.





