Non una semplice rievocazione, ma il tentativo dichiarato di riaprire il cantiere del cattolicesimo politico in Italia. L’‘Assemblea degli Esterni’ della Democrazia Cristiana, promossa da Gianfranco Rotondi e tenutasi al Viva Hotel di Avellino venerdì e sabato, ha assunto il profilo di un confronto ampio e concreto, capace di andare oltre la nostalgia e di misurarsi con una domanda cruciale: esiste ancora oggi uno spazio politico e culturale per una proposta ispirata ai valori del popolarismo? Nel corso della due giorni, tra esponenti delle istituzioni, protagonisti di lungo corso e rappresentanti del mondo politico e culturale, è emersa una risposta netta: sì, ma a condizione di trasformare la memoria in visione e la visione in progetto.
Un’impostazione che ha trovato nell’Onorevole Rotondi il suo punto di sintesi più chiaro e più politico. A chiudere i lavori del pomeriggio di sabato è stato infatti proprio il parlamentare, con un intervento che ha spostato il baricentro del ragionamento dalla collocazione alla missione. Il punto, ha spiegato in sostanza, non è chiedersi dove collocare oggi una nuova presenza cattolico-democratica, ma capire anzitutto che cosa essa voglia fare.
Un passaggio decisivo, perché ribalta una delle domande più consuete del dibattito politico e chiama in causa direttamente la necessità di ridefinire priorità, contenuti e obiettivi. Rotondi ha rifiutato la semplificazione che identifica la Democrazia Cristiana con il “centro” e ha ricordato per l’appunto come nella Prima Repubblica il ruolo di cerniera fosse stato svolto piuttosto dal Partito Socialista, mentre la Dc fu il perno di un sistema politico e culturale più profondo, legato alla storia della democrazia repubblicana e alla contrapposizione al blocco comunista.
Nel suo ragionamento c’è però soprattutto un elemento che segna il passaggio dalla rievocazione alla proposta: l’idea che l’esperienza democristiana non sia esaurita per sconfitta, ma quasi per eccesso di successo, perché molte delle sue intuizioni di fondo sono ormai entrate stabilmente nel patrimonio della politica italiana. Proprio per questo, secondo Rotondi, la sfida non è riesumare una formula, ma individuare nuove “idee ricostruttive”, nuove priorità programmatiche capaci di parlare al presente.
Tra gli spunti richiamati: la crisi della natalità, l’accesso alla casa, il sostegno concreto alle famiglie, la dignità della persona, il riequilibrio sociale, il ruolo pubblico nei grandi passaggi economici. Non un piccolo partito testimoniale, dunque, ma un soggetto capace di avanzare idee forti e di misurarsi persino con la dimensione transnazionale dei poteri economici e finanziari contemporanei. La scelta di Avellino, del resto, non è stata presentata come un fatto solo simbolico o affettivo, ma come il punto di ripartenza di un percorso politico che vuole interrogarsi sul ruolo possibile del laicato cattolico nella stagione presente.
Intesa tra laicato cattolico e Chiesa
Di respiro più strategico e internazionale è stato l’intervento dell’ex Ministro democristiano Vincenzo Scotti che ha spostato il confronto su un piano più ampio per mettere al centro la crisi del sistema politico globale e la difficoltà dell’Italia e dell’Europa di leggere il tempo presente. Scotti ha richiamato con forza il modello originario del cattolicesimo democratico, nato negli anni Quaranta dall’intesa tra laicato cattolico e Chiesa, capace di produrre contenuti politici e strategie di lungo periodo. Un passaggio che, a suo avviso, non fu solo un fatto organizzativo, ma la chiave della costruzione della democrazia italiana ed europea. Oggi, invece, quel rapporto appare indebolito e spesso ridotto a elemento marginale, mentre la politica sembra aver smarrito la capacità di elaborare una visione.
In questo quadro Scotti ha insistito su un punto centrale: la perdita di una cultura della politica internazionale. Nel secondo dopoguerra, ha ricordato, l’Italia seppe collocarsi con chiarezza dentro un equilibrio tra Atlantismo ed europeismo per contribuire alla costruzione di un ordine politico stabile. Oggi, al contrario, manca una linea strategica riconoscibile e condivisa.
Il Mediterraneo, ha osservato, non è più al centro di una visione geopolitica; il tema dell’energia viene affrontato in modo frammentario e spesso emergenziale; l’Europa fatica a esprimere una politica estera autonoma e coerente. In questo contesto, il rischio è quello di una politica ripiegata su sé stessa, incapace di incidere nei grandi equilibri globali e destinata a subire le scelte altrui.
Scotti ha quindi individuato tre nodi fondamentali su cui ricostruire una proposta: il rapporto tra cattolici e Chiesa, da rilanciare non in chiave strumentale, ma come luogo di elaborazione culturale; la collocazione internazionale dell’Italia, che richiede una linea chiara nel contesto europeo e mediterraneo; il ruolo dell’Europa, chiamata a recuperare una capacità strategica oggi indebolita.
Nel suo intervento è emerso anche un richiamo netto alla responsabilità del laicato cattolico, che non può limitarsi a una presenza dispersa o a una funzione testimoniale, ma deve tornare a essere soggetto capace di proposta. Non si tratta, ha lasciato intendere, di chiedere spazio, ma di costruire contenuti: una linea strategica, una visione, una proposta politica riconoscibile.
Il riferimento al passato non è stato quindi nostalgico, ma funzionale a indicare un metodo: quello di una classe dirigente capace di leggere i cambiamenti, di dialogare con le grandi istituzioni internazionali e di proporre soluzioni. In assenza di questa capacità, ha avvertito Scotti, il rischio è quello di restare ai margini, in una condizione di isolamento politico e culturale.
Da qui l’invito a tornare a una politica che non sia solo gestione dell’esistente, ma costruzione del futuro, recuperando quella dimensione strategica che fu alla base della stagione democristiana. Un richiamo che si inserisce pienamente nel filo conduttore del convegno: il cattolicesimo politico ha ancora qualcosa da dire, ma solo se è in grado di trasformare la propria eredità in visione e progetto.
Un contributo decisivo
Più orientato all’azione concreta l’intervento della Segretaria di Noi Moderati Mara Carfagna, che ha inserito il confronto di Avellino dentro il quadro attuale del Centrodestra e delle sue prospettive. La parlamentare ha sottolineato come il mondo dei cattolici, dei popolari e dei moderati possa offrire oggi un contributo decisivo se sceglie di misurarsi con i problemi reali delle persone, più che con formule astratte. Da qui il richiamo a temi come sanità, lavoro, salari, istruzione, servizi, casa e sostegno alle famiglie, tutti ambiti in cui una cultura politica ispirata alla centralità della persona può tornare a essere riconoscibile e incisiva.
Particolarmente forte il riferimento al Mezzogiorno, indicato come una delle grandi questioni irrisolte del Paese e insieme come una leva decisiva per lo sviluppo nazionale. Carfagna ha insistito sull’esigenza di riportare al centro il tema del divario di cittadinanza tra Nord e Sud, evidenziando la necessità di proposte concrete capaci di trattenere i giovani, sostenere il lavoro femminile, rendere accessibile la casa e rafforzare i servizi. Nel suo intervento non è mancato neppure un richiamo all’Europa e ai rapporti transatlantici, considerati riferimenti indispensabili in una fase geopolitica segnata da forti turbolenze. In questa chiave, il contributo dei cattolici e dei moderati viene visto come un fattore di equilibrio, concretezza e visione.
Offrire un orizzonte
Di taglio più polemico, ma non meno netto, l’intervento dell’ex Europarlamentare Vito Bonsignore, che ha posto al centro un tema essenziale: senza speranza non si costruisce consenso. Secondo l’ex eurodeputato non basta offrire risposte tecniche ai singoli problemi, se manca una visione generale capace di parlare alla vita delle persone e di riaccendere fiducia. La forza storica della Democrazia Cristiana, nel suo ragionamento, non fu soltanto quella di governare, ma di offrire un orizzonte: la famiglia, la casa, la mobilità sociale, la certezza che la generazione successiva avrebbe potuto vivere meglio. Bonsignore ha letto criticamente le trasformazioni degli ultimi decenni, dalla globalizzazione alle delocalizzazioni, fino al ridimensionamento dell’economia sociale di mercato, sostenendo che il venir meno di una prospettiva di miglioramento abbia inciso profondamente sul rapporto tra cittadini e politica. Da qui la necessità, a suo avviso, di rilanciare un pensiero cattolico-sociale capace di dire qualcosa di forte sui beni comuni, sull’energia, sull’equità, sulla funzione pubblica dell’economia e sulla difesa dei più deboli. Anche nel suo caso, il richiamo non è alla mera memoria, ma alla possibilità di tornare a proporre una visione complessiva della società.
“Andare avanti”
A tradurre infine il clima del convegno in una prospettiva immediatamente organizzativa è stato l’Onorevole Giampiero Catone, che ha avuto il compito di rilanciare l’iniziativa oltre la due giorni irpina. Catone, Direttore de ‘La Discussione’, ha sottolineato come, pur nella pluralità delle provenienze e delle sensibilità, tutti gli interventi abbiano indicato una stessa direzione: andare avanti. Non semplicemente sul piano del simbolo di partito, ma sul terreno delle idee che hanno guidato l’Italia per cinquant’anni e che, secondo quanto emerso ad Avellino, meritano oggi di essere nuovamente portate nel confronto pubblico nazionale. Il passaggio più significativo del suo intervento è stato proprio il richiamo al coraggio di parlare: il coraggio di dire fuori dalla sala ciò che è stato detto nel convegno, di portarlo tra la gente, nei territori, nel dialogo con altri mondi politici, culturali e sociali. Da qui l’annuncio di un percorso già scandito da date precise e da tappe territoriali: a Roma il 18 aprile, Veneto a Vicenza il 16 maggio, Puglia a Taranto il 30 maggio, Piemonte a Torino il 12 giugno, Lombardia a Milano il 13 giugno, Sicilia a Palermo il 27 giugno. Non una dichiarazione di intenti generica, dunque, ma una road map già definita, con cui verificare nel Paese reale se la domanda emersa ad Avellino possa trovare conferme, energie e nuove adesioni.
In sintesi, insomma, il cattolicesimo politico può ancora dire qualcosa, ma solo se accetta di tradurre il proprio patrimonio storico in una proposta all’altezza delle sfide contemporanee.





