Dopo settimane di tensione e disagi negli aeroporti statunitensi, gli agenti della Transportation Security Administration (TSA) torneranno finalmente a ricevere lo stipendio. La decisione è arrivata giovedì sera, quando il presidente Donald Trump ha ordinato al Dipartimento per la Sicurezza Interna di avviare immediatamente i pagamenti, nel tentativo di contenere il collasso operativo causato dalla chiusura parziale del governo. Il DHS ha confermato che il processo è stato avviato e che i primi accrediti sono attesi già da lunedì 30 marzo. La situazione era diventata insostenibile: con il blocco dei fondi, migliaia di agenti TSA erano costretti a lavorare senza retribuzione, provocando un’ondata di assenze per malattia e dimissioni.
I tassi di chiamata avevano raggiunto il 12%, il livello più alto dall’inizio della crisi, e oltre 500 dipendenti avevano lasciato l’incarico. Gli aeroporti, nel frattempo, si erano mobilitati con raccolte alimentari e donazioni per sostenere il personale, mentre alcuni lavoratori erano arrivati a dormire in auto o a chiedere sussidi alimentari.
Secondo gli esperti, il ritorno della retribuzione dovrebbe migliorare rapidamente la situazione nei checkpoint: le assenze caleranno e le code ai controlli si ridurranno nel giro di pochi giorni. Tuttavia, il sollievo resta parziale. Il Congresso non ha ancora approvato un accordo definitivo sul finanziamento del DHS, e la misura attuale potrebbe rivelarsi temporanea. Il presidente della Camera Mike Johnson ha promesso un voto “il più presto possibile” su un nuovo piano, ma le trattative restano in stallo. Per i 50.000 agenti TSA, il ritorno dello stipendio è una boccata d’ossigeno. Ma finché il nodo politico non sarà sciolto, il rischio di nuovi blocchi e disagi resta concreto. E con la stagione dei viaggi alle porte, la tenuta del sistema aeroportuale americano dipenderà dalla capacità del governo di garantire continuità e stabilità.





