Le epiche migrazioni fluviali dei pesci stanno collassando a un ritmo allarmante. È quanto emerge da un nuovo rapporto delle Nazioni Unite, che descrive un quadro globale in rapido deterioramento: specie un tempo abbondanti stanno scomparendo, i percorsi migratori si spezzano e interi ecosistemi fluviali rischiano di perdere la loro funzione biologica. Secondo gli esperti, il declino non è più un fenomeno localizzato ma un trend planetario, accelerato da dighe, inquinamento, estrazione idrica e cambiamenti climatici che alterano portate e temperature dei corsi d’acqua.
Il rapporto evidenzia come molte delle specie migratorie più iconiche — dai salmoni del Nord America agli storioni europei, fino ai giganteschi pesci gatto del Mekong — abbiano registrato crolli superiori al 70% negli ultimi decenni. Le barriere artificiali rappresentano la minaccia principale: oltre un milione di dighe, sbarramenti e infrastrutture idrauliche frammentano i fiumi, impedendo ai pesci di raggiungere le aree di riproduzione. A questo si aggiungono l’inquinamento agricolo e industriale, la perdita di habitat e l’aumento delle temperature, che rende molti tratti fluviali inadatti alla sopravvivenza delle specie più sensibili. Le conseguenze non riguardano solo la biodiversità. Milioni di persone dipendono dalle migrazioni ittiche per il proprio sostentamento, in particolare nelle regioni più povere dell’Asia e dell’Africa. Il collasso delle popolazioni migratorie rischia di compromettere la sicurezza alimentare e di destabilizzare economie locali già fragili. Le Nazioni Unite avvertono che, senza interventi urgenti, alcune specie potrebbero scomparire nel giro di pochi anni. Il rapporto propone una serie di misure: rimuovere le dighe obsolete, ripristinare i corridoi fluviali, ridurre l’inquinamento e proteggere le zone di riproduzione.





