Il governo libanese ha ordinato l’allontanamento dell’ambasciatore iraniano, intensificando una campagna diplomatica che mira a ridimensionare l’influenza di Teheran nel Paese. La decisione, annunciata dal ministero degli Esteri, segna un punto di rottura nella storica relazione tra Beirut e la Repubblica Islamica, e arriva in un momento di forte instabilità postbellica, con il Libano ancora alle prese con le conseguenze del conflitto al confine meridionale. Fonti governative parlano di “interferenze inaccettabili” da parte dell’Iran, accusato di sostenere gruppi armati e di influenzare le dinamiche politiche interne attraverso canali non ufficiali.
L’espulsione dell’ambasciatore è stata accompagnata da un richiamo formale al rispetto della sovranità libanese, mentre il Parlamento si prepara a discutere nuove misure per limitare l’ingerenza di potenze straniere. La mossa ha provocato reazioni immediate. Hezbollah, storicamente vicino a Teheran, ha definito l’atto “provocatorio e irresponsabile”, mentre l’opposizione laica ha salutato la decisione come un passo necessario per ristabilire l’equilibrio istituzionale. Sul piano internazionale, gli Stati Uniti e alcuni Paesi europei hanno espresso sostegno al governo libanese, interpretando l’espulsione come un segnale di autonomia strategica.
L’Iran, dal canto suo, ha condannato la decisione e minacciato conseguenze diplomatiche, accusando Beirut di cedere alle pressioni occidentali. In un contesto regionale già segnato da tensioni tra blocchi rivali, l’episodio rischia di alimentare nuove fratture, con il Libano al centro di una partita geopolitica sempre più complessa. Mentre la diplomazia cerca di contenere gli effetti dell’espulsione, la società civile libanese osserva con attenzione: per molti, la scelta del governo rappresenta un tentativo di riaffermare la propria sovranità, ma anche una scommessa rischiosa in un equilibrio fragile.





