Dopo la conferma della morte di Ali Larijani, figura centrale dell’apparato di sicurezza della Repubblica islamica, Israele ha annunciato di avere ucciso nella notte anche il ministro dell’Intelligence Esmail Khatib. Su Larijani la conferma è arrivata da fonti iraniane ed è stata ripresa anche da Reuters e Ap.
Su Khatib, invece, l’annuncio è partito da Israele ed è stato poi rilanciato da Ap e da media statali iraniani, mentre Reuters ha riferito che Teheran non aveva ancora fornito una conferma ufficiale autonoma.
Il dato politico, però, è chiaro: la campagna israeliana punta ormai ai vertici della catena di comando iraniana. A segnare il tono della risposta di Teheran è stato Mojtaba Khamenei, che in un messaggio di condoglianze rilanciato da Tasnim ha scritto che “i criminali assassini” pagheranno “per il sangue di Larijani”.
Nelle stesse ore il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato che Netanyahu e lui hanno autorizzato l’esercito a colpire altri alti funzionari iraniani senza ulteriori passaggi politici.
La guerra non colpisce più soltanto siti militari e nucleari, ma investe direttamente il vertice politico, di sicurezza e di intelligence iraniano.
Missili su Tel Aviv
La risposta iraniana è arrivata con nuovi lanci di missili verso Israele. A Ramat Gan, nell’area di Tel Aviv, due civili sono morti. Altri ordigni o frammenti hanno provocato danni nel centro e nel nord del Paese.
Reuters ha segnalato anche l’uso di missili con submunizioni, più difficili da intercettare e più pericolosi per i civili. Le esplosioni udite a Tel Aviv e nei dintorni hanno riaperto il fronte interno israeliano mentre il governo insiste sulla prosecuzione dell’offensiva contro i vertici iraniani.
Raid sul Libano
Il conflitto continua intanto ad allargarsi in Libano. I raid israeliani su Beirut hanno causato almeno una decina di morti secondo Reuters, mentre fonti libanesi e altri resoconti parlano di un bilancio salito a 12 nella capitale. Israele ha colpito anche ponti sul Litani, sostenendo che fossero usati da Hezbollah per il trasferimento di armi, e ha preso di mira infrastrutture economiche considerate legate al movimento sciita.
L’Unifil ha denunciato un “ulteriore e preoccupante deterioramento” nel sud del Libano, con “intensi scambi di fuoco”, un aumento delle operazioni aeree e terrestri israeliane e nuovi ordini di sfollamento su entrambi i lati della Linea Blu.
Tensioni politiche negli Usa
Sul fronte americano emergono fratture politiche sempre più visibili. Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center, si è dimesso sostenendo che l’Iran non rappresentasse una minaccia imminente per gli Stati Uniti e accusando Israele e la sua rete di pressione a Washington di avere spinto verso il conflitto. La Casa Bianca ha respinto questa lettura, ma le dimissioni segnano la prima rottura di alto livello nell’amministrazione Trump dall’inizio della guerra.
Nello stesso clima si è svolta al Senato l’audizione della direttrice dell’Intelligence nazionale Tulsi Gabbard. Nella versione scritta della sua testimonianza, ripresa da diversi media americani, Gabbard ha affermato che l’Iran non aveva tentato di ricostruire gli impianti di arricchimento dopo gli attacchi del giugno 2025.
In aula ha poi corretto il tono, sostenendo che il governo iraniano è “ampiamente indebolito” ma ancora “intatto” e che Teheran conserva capacità residue per minacciare interessi americani e alleati. Un passaggio che riflette le incertezze della linea americana sulle ragioni strategiche della guerra.
Energia
La crisi investe anche il nodo energetico del Golfo. Dopo gli attacchi agli impianti di South Pars e Asaluyeh, Teheran ha minacciato infrastrutture energetiche in Arabia Saudita, Emirati e Qatar.
Reuters riferisce che Doha ha definito il colpo un’escalation pericolosa e che lo shock ha spinto il petrolio vicino ai 110 dollari al barile.
I timori non riguardano solo il greggio. Diplomatici europei, tra cui il cancelliere tedesco Friedrich Merz e i ministri degli Esteri di Berlino e Parigi, avvertono che una destabilizzazione prolungata dell’Iran e del Golfo colpirebbe l’approvvigionamento energetico, aggraverebbe le pressioni migratorie e avrebbe effetti a catena sull’economia globale e sulla sicurezza alimentare, soprattutto nelle aree più dipendenti da energia e fertilizzanti. Anche il cardinale Pietro Parolin ha chiesto a Trump e a Israele di fermarsi “al più presto”.





