Le notizie che emergono dall’inchiesta della Procura di Milano riportano al centro una questione che Confesercenti solleva da tempo: nel mercato non possono esistere operatori di fatto avvantaggiati da opacità fiscali, squilibri regolatori o catene commerciali in cui gli obblighi si fanno progressivamente più sfumati.
Le distorsioni del mercato
Al di là degli accertamenti che spettano alla magistratura, il nodo economico e politico è chiaro. Se nell’economia digitale possono crearsi aree di opacità sul piano fiscale e degli obblighi lungo la filiera, non siamo di fronte a un episodio isolato ma a un problema più ampio che riguarda il funzionamento complessivo del mercato. Quando il digitale cresce all’interno di un quadro di obblighi meno pesanti, meno visibili o più facilmente eludibili rispetto a quelli imposti alle imprese fisiche, la concorrenza smette di essere pienamente leale.
Abisso tra negozi e sistemi on line
Le imprese del commercio, del turismo e dei servizi osserva la Confesercenti, che operano nei territori rispettano ogni giorno regole fiscali, contributive e amministrative precise, sostenendone integralmente i costi. Pagano imposte, occupano lavoratori, presidiano i centri urbani, mantengono servizi di prossimità e producono economia reale nei territori.
Per questo non è accettabile che si consolidino modelli di competizione in cui qualcuno possa beneficiare, direttamente o indirettamente, di asimmetrie fiscali e normative che finiscono per alterare il mercato, comprimere la concorrenza e spostare ricchezza fuori dai sistemi economici locali. Il divario emerge con evidenza anche nei numeri. La Corte dei Conti, evidenzia la Confederazione, certifica che la Digital Service Tax ha generato circa 455 milioni di euro di gettito. Le imprese fisiche – negozi, pubblici esercizi e servizi alla persona – versano invece circa 4,4 miliardi di euro di sole imposte locali tra Irap, Imu, Tari, imposta sulla pubblicità e altri tributi connessi all’attività. Se si aggiunge l’Irpef, il totale supera gli 8 miliardi. Una sproporzione evidente: le imprese radicate nei territori sostengono un carico molto più pesante rispetto a quello che il sistema riesce oggi a intercettare dai grandi operatori digitali.
Per la Confesercenti difendere il pluralismo distributivo è dunque una priorità economica e sociale. Un sistema sano ha bisogno di una pluralità di canali, formati d’impresa e presìdi commerciali diffusi. La varietà dell’offerta, la prossimità dei servizi e la permanenza della ricchezza nei territori non sono elementi marginali: rappresentano condizioni essenziali di equilibrio competitivo, coesione sociale e libertà di scelta per i consumatori. Se invece si lascia avanzare un modello in cui pochi grandi soggetti concentrano quote crescenti di mercato beneficiando di asimmetrie fiscali e normative, il risultato è uno solo: meno concorrenza reale, meno imprese di vicinato, meno economia nei territori.
Un osservatorio europeo
Per questo Confesercenti ritiene necessario aprire una riflessione strutturata e permanente su questi squilibri, attraverso l’istituzione di un Osservatorio europeo sulla concorrenza leale e sulle politiche fiscali. Uno strumento che possa monitorare l’evoluzione dei mercati, misurare l’impatto delle asimmetrie tra canali fisici e digitali e contribuire a definire interventi capaci di ristabilire condizioni di effettiva equità competitiva.





