Nelle Human Library non si consultano libri, non si sfogliano pagine. Si “ascoltano” vite. Chi entra in un luogo di cultura che ospita una sessione di Human Library sceglie un titolo, si siede di fronte a una persona e per una mezz’ora ascolta la sua storia. Non è un esperimento artistico né una performance sociale. È la Human Library Organization, un progetto nato in Danimarca, ma che oggi si è diffuso in oltre 80 Paesi. L’idea è semplice, combattere i pregiudizi attraverso l’incontro diretto tra persone che normalmente non si parlerebbero.
La prima Human Library nasce a Copenaghen nel 2000 durante il Roskilde Festival, uno dei più grandi festival musicali europei. L’iniziativa viene ideata dal giornalista e attivista Ronni Abergel, insieme al fratello Dany e a un gruppo di volontari, mentre cresceva la preoccupazione per l’aumento delle tensioni sociali e delle violenze tra gruppi giovanili nelle città europee.
Molti conflitti nascono da stereotipi che non vengono mai messi alla prova. Se un individuo non ha mai parlato con un rifugiato, un musulmano o una persona uscita dal carcere, continuerà a basare la propria percezione solo sulle immagini create dai media o dalla paura collettiva. La Human Library prova a rompere questo meccanismo.
Invece di libri tradizionali offre “libri umani”, volontari disposti a raccontare la propria storia e a rispondere anche alle domande più scomode. Il lettore può chiedere qualsiasi cosa, la sola regola è il rispetto reciproco. Come ha spiegato lo stesso Abergel in diverse interviste, l’obiettivo non è dire alle persone cosa pensare, ma creare un contesto in cui possano mettere alla prova le proprie convinzioni. ”Non siamo qui per dirti di non giudicare”, ha raccontato, “siamo qui per offrirti un incontro reale, che ti permetta di formarti un’opinione più consapevole”.
I titoli più originali del catalogo
Sfogliando il catalogo di una Human Library si trovano titoli che raramente compaiono nelle biblioteche tradizionali, tutti incentrati su una umanità fragile, marginale o appartenente a minoranze: “Senza tetto”, “Ex tossicodipendente”, “Immigrato”, “Buddista”, “Veterano di guerra”. Il titolo non serve a definire una persona, serve a mostrare l’etichetta con cui la società tende a identificarla. Dietro quel titolo, però, c’è sempre una biografia fatta di scelte, errori, traumi e trasformazioni. Ad esempio, in una Human Library organizzata in Canada, tra i titoli più richiesti del catalogo compariva anche “Depression”. La donna che aveva scelto di presentarsi con questa etichetta raccontava ai lettori cosa significasse convivere con una malattia che spesso resta invisibile. “La cosa più strana”, spiegava durante la conversazione, “è che molti pensano che la depressione sia solo tristezza. Io invece continuo a sorridere quasi sempre. È questo che la rende così solitaria”.
Per molti lettori l’esperienza è destabilizzante in senso costruttivo. Dopo trenta minuti di conversazione, infatti, diventa difficile continuare a guardare la persona solo attraverso le lenti dello stereotipo. Anche i volontari che partecipano come “libri” raccontano quanto l’esperienza possa essere sorprendente. Le domande che ricevono riflettono paure, curiosità o idee preconcette, che raramente vengono manifestate apertamente nella vita quotidiana. Il dialogo permette, quindi, di portare alla luce stereotipi che normalmente restano impliciti.
Come funzionano
Il funzionamento della Human Library è volutamente semplice, ma molto strutturato. Gli eventi si svolgono generalmente in biblioteche pubbliche, università o centri culturali e sono organizzati da volontari e facilitatori, che guidano l’incontro. All’ingresso i visitatori trovano il catalogo dei “libri umani” e possono scegliere la persona con cui parlare. Ogni conversazione dura in genere tra i venti e i trenta minuti e coinvolge uno o due lettori alla volta, seduti allo stesso tavolo con il “libro”. Durante una giornata possono svolgersi decine di incontri, piccoli dialoghi privati, che trasformano la biblioteca in uno spazio di ascolto reciproco. La partecipazione è spesso gratuita, ma richiede una prenotazione preventiva, perché il numero di lettori per ogni “libro” è limitato. Questo sistema permette di mantenere l’incontro intimo e personale, una conversazione tra persone che normalmente non si incontrerebbero.
Il ritorno a incontrare l’altro
Nel giro di pochi anni la Human Library si è trasformata in un progetto internazionale. Oggi eventi di questo tipo vengono organizzati perfino in aziende, in più di ottanta Paesi. Le biblioteche umane compaiono a New York, a Tokyo, a Berlino, a Sydney. Il successo internazionale della Human Library rivela qualcosa di più profondo del semplice interesse per le storie personali. In una società sempre più mediata da schermi, algoritmi e identità digitali l’incontro diretto con l’esperienza dell’altro diventa quasi un gesto controcorrente.
La Human Library ribalta il meccanismo imperante impersonale del digitale, costringendo il lettore a confrontarsi con un individuo reale. Non si tratta di convincere qualcuno a cambiare idea con un discorso morale, ma di produrre qualcosa di molto più semplice e potente attraverso l’empatia narrativa. Naturalmente il dialogo non è una formula magica. Le convinzioni più radicate raramente mutano in mezz’ora di conversazione e il confronto con chi la pensa diversamente può perfino rafforzare le proprie idee. Anche per questo la Human Library non promette di eliminare i pregiudizi, ma offre la possibilità di metterli in discussione.
Non giudicare il libro dalla copertina
Il motto della Human Library è semplice, “unjudge someone”, smetti di giudicare qualcuno prima di conoscerlo. Le biblioteche sono sempre state luoghi dove si incontrano storie, solo che in questo caso il libro non è un oggetto da sfogliare, ma un essere umano seduto di fronte a noi. E quando la storia è raccontata da chi l’ha vissuta voltare pagina significa semplicemente continuare ad ascoltare. In un’epoca dominata da opinioni veloci e identità semplificate questa esperienza ci ricorda una cosa fondamentale, che dietro ogni “etichetta” esiste sempre una storia molto più complessa di quanto immaginiamo.
Leggi anche:





